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Molestie telefoniche - Pervicacia dell'interferenza nella sfera privata altrui

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Sono irrilevanti, ai fini della responsabilità penale dell'imputata, le "pulsioni" che hanno spinto ad agire e, pertanto, sussiste il dolo specifico del reato in questione anche nel caso in cui "si arrechi molestia o disturbo alle persone allo scopo di esercitare un proprio diritto o preteso diritto, allorchè ciò avvenga con modalità arroganti, impertinenti e vessatorie".

Tribunale di Brindisi - Sezione Penale - Sentenza n. 647 del 26 Giugno 2012

 

REPUBBLICA ITALIANA

TRIBUNALE DI BRINDISI

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice dr. Monica PIZZA

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa penale

contro

C.D. nata a Brindisi e ivi residente

Libera presente

imputata

in ordine al reato ai cui all'art. 81 e 660 c.p. per avere, con più azioni in esecuzione ai un medesimo disegno criminoso, con il mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, recato molestia o disturbo a P.C., inviando sulla utenza mobile di questi numerosi sms dal contenuto molesto tanto a destabilizzare la tranquillità personale e familiare.

In Brindisi dall’ottobre 2009 al maggio 2010.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Con decreto di citazione del 3.01.2011, C.D. era tratta a giudizio dinanzi al Tribunale in composizione monocratica per rispondere del reato di cui in rubrica.

All'udienza del 26 settembre 2011, verificata la regolare costituzione delle parti, veniva dichiarato aperto il dibattimento ed ammesse le prove richieste dalle parti.

In data 21 febbraio 2012 veniva esaminato il teste dell'accusa P., Maresciallo dei Carabinieri all'epoca del fatto in servizio presso la Stazione del Comando di Brindisi.

Veniva acquisita al fascicolo per il dibattimento documentazione prodotta dal Pubblico Ministero.

In data 13.03.20l2, veniva escussa la persona offesa, P.C. e si procedeva all'esame dell' imputata.

All'odierna udienza, al termine della discussione, le parti concludevano come indicato in epigrafe ed il processo veniva definito come da separato dispositivo in atti.

IN DIRITTO

Dall' istruttoria dibattimentale e dalla documentazione acquisita agli atti è emerso quanto segue.

P.C. , persona offesa, sporgeva denuncia - querela nei confronti dell'odierna imputata perché dall'ottobre 2009 fino a maggio 2010, riceveva numerose telefonate sulla sua utenza telefonica 34xxxxxxxxxx da parte dell'utenza avente n. 34xxxxxxxx intestata a C.D.

La persona offesa, spiegava che C.D. era stata alle sue dipendenze in qualità di collaboratrice domestica per l'assistenza della madre affetta da una grave malattia fino al mese di ottobre 2009 quando decideva di licenziarla per essere venuto meno il rapporto di fiducia.

Tale licenziamento, tuttavia, non era stato accettato dall'imputata che aveva cominciato a porre in essere una serie di comportamenti molesti nei confronti dell' ex datrice di lavoro, chiamandola ripetutamente, anche di mattina presto, con telefonate e/o messaggi telefonici alla sua utenza telefonica, nonostante avesse riferito alla C. che tali interventi telefonici non erano affatto graditi.

Sul contenuto delle telefonate e dei messaggi, la persona offesa riferiva che si trattava di reiterate richieste di riassunzione, anche dopo l'espresso rifiuto manifestato dalla P.   ad averla alle sue dipendenze a causa di alcuni episodi spiacevoli verificati si nel periodo in cui la C.   frequentava la sua abitazione.

La persona offesa, esponeva, poi, che dal mese di ottobre 2009 a maggio 2010 era stata "costantemente tempestata di telefonate di chiamate dalla persona che alla fine ho deciso di denunciare ... "non c'è orario, sempre, costantemente" "più volte al giorno, alcune volte per 2 o 3 giorni non  accadeva, poi si ripeteva nuovamente.

Poi poteva mancare una settimana e ricominciava.

Era una costante comunque nel periodo di questi mesi da ottobre a maggio" (vedansi verbale di udienza del 13.03.2012 pag. 7,8 e 9 ) .. "Mi supplicava, mi chiedeva disperatamente di ritornare a lavorare qualunque mansione potesse darle da fare l'importante che lei aveva bisogno di guadagnare soldi" .

P.C. , riferiva che le telefonate da parte dell'odierna imputata venivano effettuate in qualsiasi ora del giorno che costituivano vere e proprie forme di persecuzione, tali da rendere impossibile la vita quotidiana della persona offesa che spesso ricorreva a spegnere il telefono pur di non essere disturbata, nonostante avesse comunicato alla C.   che tali telefonate e continui messaggi non erano graditi.

L'imputata, in una occasione si recava presso l'abitazione della P.   e, senza alcuna autorizzazione si era introdotta nella stanza da bagno della persona offesa, sempre per la medesima richiesta di lavoro e riassunzione alle precedenti o altre mansioni lavorative. (vedi verbale del 13.03.2012).

Tale ultimo episodio, aveva indotto la persona offesa a sporgere denuncia nei confronti della C.   perché oltre ad essere invasa nella propria sfera di libertà, era seriamente preoccupata per la sicurezza personale e quella della propria famiglia.

Nel corso della deposizione resa in dibattimento, il Maresciallo P., che a seguito della denuncia sporta da P.C. ha svolto le indagini in merito alla provenienza delle telefonate alla persona offesa, confermava il traffico telefonico in entrata tra l'utenza telefonica n. xxx intestata a P.C. e la provenienza in uscita dall'utenze telefonica yyy intestata a C.D. (ossia tutte quelle puntualmente descritte da P.C. e ricevute nel periodo compreso tra ottobre 2009 e maggio 2010).

Anche gli atti acquisiti al fascicolo del dibattimento, attestano che l'interlocutore della condotta contestata era intestataria dell' utenze intestata alla C. (si cfr documentazione relativa al traffico telefonico tra la C.   e P.C. ).

In sede di esame l'imputata ammetteva di avere effettuato le telefonate alla P.   al solo fine di vedersi corrispondere la somma di € 150,00 tanto più che quest'ultima, da ottobre 2009 aveva assunto un comportamento dilatorio non versandole quanto dovuto.

La C. , aggiungeva di essersi limitata a qualche telefonata con richiesta di lavoro e due o tre messaggi, tra cui quello inviato alla P. nel maggio 2009 allorquando pretendeva di ricevere il credito di lavoro citato.

Orbene, tali elementi, consentono, ad avviso del Tribunale, di emettere una pronuncia di condanna nei confronti della C.   posto che non è difficile immaginare come tali telefonate e continui messaggi telefonici abbiano determinato una grave situazione di ansia e preoccupazione nella persona offesa, e che tale comportamenti si presentano oggettivamente idonei a molestare e disturbare i destinatari di tali interventi, interferendo nell'altrui vita privata e nell'altrui vita di relazione.

Nessun dubbio può nutrirsi in ordine all'atteggiamento di "petulanza" assunto dalla C.   mediante le numerose telefonate e messaggi telefonici, interferendo nella sfera di libertà della P.   pur essendo consapevole del fatto che tali iniziative non erano affatto graditi dalla persona offesa.

Le telefonate e i messaggi telefonici , di cui quasi quotidianamente è stata oggetto la donna per sette mesi (cessate, poi, nel maggio 2009 a seguito della denuncia), manifestatasi in preoccupazione e disturbo si presentano lesive della sfera privata atteso che la P.   veniva insistentemente turbata in modo petulante, assiduo, insistente e discreto.

L'essere disoccupati o vantare un diritto di credito di lavoro è uno status talmente generico e dai contorni labili per escludere il dolo specifico del reato di cui all'art. 660 c.p. e giustificare la pervicacia dell'interferenza nella sfera privata altrui, divenuta vero e proprio capro espiatorio del rancore e delle insoddisfazioni della C. .

Alla stregua della Giurisprudenza di legittimità relativa al reato di cui all'art. 660 cp ai fini della configurabilità della fattispecie, sono irrilevanti, ai fini della responsabilità penale dell'imputata, le "pulsioni" che hanno spinto ad agire e, pertanto, sussiste il dolo specifico del reato in questione anche nel caso in cui "si arrechi molestia o disturbo alle persone allo scopo di esercitare un proprio diritto o preteso diritto, allorchè ciò avvenga con modalità arroganti, impertinenti e vessatorie" (si cfr Corte di Cassazione, sez. I pen., sentenza 8 maggio-22 giugno 2012 n. 250333).

Il fatto che la C.   abbia effettuato reiterate telefonate e messaggi telefonici molesti all'utenza della P.   per chiedere un diritto di credito derivante dal precedente rapporto di lavoro tra quest'ultima e l'imputata, non esclude il dolo specifico previsto dall'art. 660 C.p. che è integrato nel caso in esame essendo provate la petulanza e il biasimevole motivo al fine di interferire inopportunamente nella sfera di libertà privata della P. , la cui unica colpa era quella di aver licenziato la collaboratrice domestica della quale non si fidava.

Non può pertanto darsi credito alla versione fornita dall'imputato nel corso dell'esame secondo cui egli si sarebbe stata mossa da ragioni creditizie ovvero di lavoro, trattandosi di dichiarazioni inverosimili, di natura meramente difensiva, ragionevolmente in quanto si trattava dell'unico comportamento processuale logicamente spendibile, palesemente smentite dalla dinamica degli episodi per cui si procede.

Venendo alla quantificazione della pena, il Tribunale ritiene che possano concedersi alla C.   il beneficio della sospensione condizionale della pena, (si veda il casellario giudiziale in atti), per si può fondatamente presumere che l'imputata si asterrà in futuro dal commettere ulteriori reati verso la P. 

Alla C.   possono essere concesse le circostanze attenuanti generiche per meglio adeguare la pena al reale disvalore sociale del fatto.

Passando alla sanzione da irrogare, tenuto conto dei parametri di cui all'art. 133 c.p. e 27 Cost., si stima congrua la pena di € 300,00 di ammenda (pena base € 450,00 di ammenda ridotta ex art. 62 bis C.p., residua la pena finale).

Le spese processuali seguono alla condanna ex lege.

P.Q.M.

Il Tribunale, visti gli artt. 533, 535 c.p.p., dichiara C.D. colpevole del reato a lei ascritto e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche la condanna alla pena di € 300,00 di ammenda oltre al pagamento delle spese processuali.

Pena sospesa alle condizioni di legge.

Motivi riservati in giorni 90.

Brindisi 26.06.2012

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