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Diffamazione a mezzo stampa su quotidiani a diffusione locale - Responsabilità

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In tema di risarcimento dei danni da diffamazione a mezzo della stampa, qualora la divulgazione della notizia lesiva della altrui reputazione sia avvenuta su quotidiani a diffusionesolamente locale l'elemento della comunicazione a più persone della notizia diffamatoria relativa ad un soggetto che vive e lavora nel luogo medesimo deve considerarsi in re ipsa, poiché la notizia,in un ambito territoriale più ristretto, si propaga con maggiore facilità e si rivolge specificamente alla sfera dei consociati tra i quali è destinata a creare il discredito sociale.

Tribunale di Lecce - Sentenza civile n. 1405 del 31 maggio 2012

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Lecce, I Sezione Civile in persona del Giudice Unico dott.ssa Rossana Giannaccari, ha

emesso la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta al N. 397/2009 avente ad oggetto: altre ipotesi di responsabilità extracontrattuale;

TRA

F.D. elettivamente domiciliato in Lecce, alla Piazza Giuseppe Verdi, 16 presso lo studio degli Avv. Francesco Porcari e Gianluca D'Oria che lo rappresentano e difendono in virtù di procura a margine dell'atto di citazione unita mente;

ATTORE

E

F.L. elettivamente domiciliato in Lecce, Via Monte Dan Michele, 10 presso lo studio degli Avv.ti Antonio De Mauro che lo rappresenta e difende in virtù di mandato in calce alla copia notificata dell'atto di citazione;

CONVENUTO

CONCLUSIONI DELLE PARTI

Per L'attore:

Voglia il Tribunale adìto accertare e dichiarare che il convenuto ha leso la reputazione, la dignità, l'onorabilità, l'immagine, personale eo professionale eo sociale dell'attore, accogliendo una eo tutte le causali ed i motivi illustrati nella narrativa che precede e, per l'effetto, voglia condannarlo a risarcire all'attore la somma di 25.000, salvo diversa valutazione equitativa, a titolo di ristoro del danno non patrimoniale per i fatti di cui alla narrativa che precede, più interessi legali dalla domanda al soddisfo, con vittoria di spese, diritti, onorari di lite, oltre al rimborso del 12,5% L.p. con Iva e Cap come per legge";

Per il convenuto:

Dichiarare il difetto di legittimazione passiva del convenuto e, in subordine e nel merito rigettare la domanda;

MOTIVI DELLA DECISIONE

La presente sentenza viene redatta con motivazione sintetica come previsto dall'art. 132 comma IV introdotto dalla L. 69/2009 applicabile anche ai giudizi in corso.

Il presente giudizio ha per oggetto la declaratoria di responsabilità di Roberto Luigi Felline per avere, quale Sindaco del Comune di Melendugno, in data 9.12.2007, pubblicato un articolo sul quotidiano Paese Nuovo dal titolo "Caro Pro! D'Andria, ora basta danni a Melendugno" avente contenuto diffamatorio L'articolo giornalistico si inseriva in un dibattito relativo ad un progetto di rete fognaria dell'Amministrazione Comunale di Melendugno che l'attore, Direttore del Dipartimento di Scienze dell'Antichità dell'Università del Salento ed archeologo di fama internazionale, aveva fortemente criticato definendolo "demenziale" in un articolo pubblicato dallo stesso giornale.

Ne era seguita una querela per diffamazione nei suoi confronti ma il procedimento era stato archiviato.

Anche alcuni amministratori del Comune di Melendugno erano stati rinviati a giudizio per quel processo ed assolti in primo grado dal Tribunale di Lecce.

A seguito della vicenda penale il Sindaco di Melendugno, sempre sul giornale locale Paese Nuovo, testualmente dichiarava riferendosi alla persona del D'Andria: "ha offeso i cittadini", "ha danneggiato la comunità", "spero che D'Andria stia lontano da Roca, perché non vogliamo avere né prime donne, né vogliamo vedere a Roca l'archeologia dozzinale, quella da mercato".

Ritiene il giudicante che il Felline, pur avendo reso dette espressioni, lesive dell'onore e della reputazione dell'attore, in qualità di Sindaco del Comune di Melendugno, non possano andare esente da responsabilità.

Nessun fondamento legislativo è volto alla tutela del Sindaco per le opinioni espresse nell'esercizio delle sue funzioni, avendo la Costituzione previsto detta immunità solo nei confronti del membri del Parlamento.

Non sussiste inoltre un nesso di rappresentanza organica dell'.ente, non ravvisandosi alcun interesse pubblico di cui l'attore si è fatto portatore; la prova orale articolata (capo VI delle note istruttorie ex art.183 comma VI c.p.c.) ha invero ad oggetto la "petizione verbale" di alcuni cittadini che chiedevano al Sindaco un'immediata replica all'articolo pubblicato sul Paese Nuovo dal titolo "Fogne a Roca .. Allora niente museo" nel quale il D'andria definiva "demenziale" il progetto relativo al passaggio della rete fognaria tra gli scavi del paese.

Se è vero infatti che la legge attribuisce al Sindaco il dovere di tutelare la propria comunità e il proprio territorio, è altrettanto vero che la realizzazione di siffatta tutela debba essere raggiunta dal Sindaco mediante il compimento di azioni lecite e non di fatti o atti illeciti che hanno l'effetto di interrompere il rapporto di immedesimazione organica che vi è tra il Sindaco e il Comune.

L'eccezione di carenza di legittimazione passiva non merita pertanto accoglimento.

Nel merito, osserva in primo luogo il giudicante come nell'articolo in questione, il Felline, pur avendo ripercorso la vicenda giudiziaria che aveva coinvolto amministratori pubblici per la realizzazione del progetto fognario, iniziata proprio con un esposto del D'Andria e conclusasi con l'assoluzione degli imputati, usa toni polemici ed offensivi nei confronti dell'attore definendolo "primadonna" e facendo riferimento ad un'archeologia "dozzinale" "da mercato" Le espressioni rivolte al D'Andria riguardano invece non il dibattito politico, cui il D'Andria è estraneo, né questioni di natura tecnica, ma persona dell'attore ed hanno contenuto offensivo in quanto il termine "primadonna" si utilizza per indicare persona saccente e pretenziosa, che ama mettersi in mostra e fare sfoggio delle sue conoscenze.

Ancora più offensivo è il riferimento all'archeologia dozzinale di mercato, in quanto, se rivolta ad un esperto della materia, è indice di una conoscenza mediocre e grossolana, oltre che utilizzata a fini di lucro.

Va infine evidenziato come il soggetto che regge l'intera frase pronunciata dal convenuto è sempre il prof. D'Andria, il quale, per l'appunto, da prima donna introdurrebbe a Roca una forma di archeologia talmente scadente e discutibile da poter essere giudicata dozzinale, da mercato.

E' palese che l'attacco del convenuto è rivolto esclusivamente alla persona del D'Andria, tanto da usare l'espressione "spero che D'Andria stia lontano da Roca", diffida che va rivolta ad un soggetto pericoloso e non ad un cittadino, che, nell'ambito delle proprie competenze professionali, esprime il proprio dissenso in ordine ad un progetto pubblico e ritiene di denunciare fatti, che possano essere oggetto di approfondimento in sede penale.

In definitiva, le espressioni usate dal convenuto risultano gratuite, avulse da qualsivoglia contesto di polemica tecnica e politica.

Né può essere invocato il diritto di critica, che trova il suo naturale limite nel divieto di utilizzo degli argumenta ad hominem ovvero l'utilizzo "di espressioni e argomenti che trascendano in attacchi personali diretti colpire, su un piano individuale, senza alcuna finalità di interesse pubblico, lo figura morale del soggetto criticato cosicchè lo critica sfocia nell'inutile aggressione alla sfera morale altrui ( Casso pen., sez. V, 5 giugno 2007, n. 34432, in Guida al Diritto, n. 42, pag. 94; Casso pen., sez. V, 25 settembre 2001, 38448)

Ha infatti recentemente stabilito la Cassazione (Cass. pen., sez. V, 01122010, n. 8824) che "non sussiste l'esimente dell'esercizio del diritto di critica politica qualora l'espressione usata consista non già in un dissenso motivato espresso in termini misurati e necessari, bensì in un attacco personale lesivo della dignità morale ed intellettuale dell'avversario". E non vi è dubbio che la denigrazione attuata dal convenuto nei confronti dell'attore debba ascriversi proprio ad un attacco volto alla sfera intellettuale e scientifica dell'operato del prof. D'Andria, oltre che a quella personale e umana.

Quanto al risarcimento del danno, va in primo luogo considerato che il danno non patrimoniale deriva dalla commissione di un reato ed è pertanto risarcibile quale danno all'immagine e alla reputazione dell'uomo e del professionista,

Trattasi di valori costituzionalmente garantiti, aventi natura non economica, per i quali lo prava del danno può essere data anche attraverso presunzioni tenendo conto della qualità della gravità dell'offesa, della qualità della persona offesa e della diffusione della notizia.

Nel caso in esame, mentre l'espressione "archeologia dozzinale e di mercato" è connotata di particolare offensività in considerazione del curriculum professionale del D'Andria, professore universitario di fama anche internazionale, una minore gravità ha il termine "primadonna", spesso utilizzato per definire chi, pur avendo indiscussi meriti, desidera avere particolare visibilità in un dato contesto.

Quanto alla diffusione del giornale, va sottolineato che con una recente sentenza la Cassazione ha affermato che, in tema di risarcimento dei danni da diffamazione a mezzo della stampa, qualora la divulgazione della notizia lesiva della altrui reputazione sia avvenuta su quotidiani a diffusione solamente locale l'elemento della comunicazione a più persone della notizia diffamatoria relativa ad un soggetto che vive e lavora nel luogo medesimo deve considerarsi in re ipsa, poiché la notizia,in un ambito territoriale più ristretto, si propaga con maggiore facilità e si rivolge specificamente alla sfera dei consociati tra i quali è destinata a creare il discredito sociale.(Cassazione civile, sez. III, 26/01/2010, n. 1537 in Giust. civ. Mass. 2010; in senso conforme cfr. Casso 10 agosto 2002 n. 11420)

A nulla rileva la circostanza che la pubblicazione dell'articolo diffamatori non abbia cagionato un danno all'attività professionale del D'Andria, non avendo l'attore chiesto il risarcimento del danno patrimoniale, ma quello legato alla sua sofferenza psichica per l'articolo diffamatorio e per la lesione alla sua immagine.

Alla stregua di tali criteri, ritiene il giudicante che appare equo liquidare all'attore la somma di € 1000,00 all'attualità oltre interessi legali dalla decisione al saldo.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale di Lecce, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da D'Andria Francesco nei confronti di Felline Roberto, ogni contraria istanza ed eccezione disattesa, così provvede:

a) accoglie la domanda e per l'effetto condanna il convenuto al risarcimento dei danni in favore dell'attore nella misura di € 1000,00 all'attualità oltre interessi legali dalla decisione al soddisfo;

b) condanna il convenuto alle spese di lite che liquida in complessivi € 1700,00 di cui €200,OO per spese, 600,00 per diritti ed € 900,00 per onorari oltre spese forfettarie, Iva e cap come per legge.

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