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Trasfusione mortale - Ministero della salute condannato a maxi risarcimento

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Trasfusione mortale - Ministero della salute condannato a maxi risarcimento

Un milione di euro di risarcimento per una trasfusione di sangue infetto, rivelatasi mortale dopo oltre trent'anni dall'evento.

Un maxi-risarcimento che, alla luce degli interessi legali riconosciuti dal giudice e maturati in questi tre decenni, sfiora il milione e 700mila euro.

È la condanna inflitta al Ministero della Salute, che dovrà risarcire i familiari di un uomo di Scorrano, S.D.P. le sue iniziali, deceduto all'età di 57 anni, dopo avere contratto – 31 anni prima – il virus “Hcv”, meglio noto come “Epatite di tipo C”.

La sentenza è stata emessa nei giorni scorsi dal giudice del Tribunale civile di Lecce, Katia Pinto, che ha accolto la richiesta risarcitoria presentata dagli eredi dell'uomo (moglie e due figli), morto il 29 ottobre 2006 per una cirrosi epatica.

La patologia s'era manifestata in seguito alla contrazione del virus - avvenuta dopo una trasfusione di sangue eseguita nel settembre 1975, durante la degenza del salentino presso la Clinica ortopedica dell'ospedale Policlinico di Bari, quando lo stesso aveva appena 26 anni.

Rimasto ferito in un incidente stradale, era stato trasferito da Lecce a Bari, per essere operato. E nell'occasione dovette necessariamente sottoporsi ad una emotrasfusione

Nonostante i decenni intercorsi tra la contrazione del virus e l’accertamento clinico dell’epatite C, diagnosticata solo nel marzo 2003, il giudice ha stabilito che per il danno non patrimoniale spettante al danneggiato da sangue infetto (rivendicato dagli eredi dopo la sua morte), il termine di prescrizione quinquennale decorra dalla data di proposizione della domanda di indennizzo, ai sensi della legge 210 del 1992, e non dall’effettiva contrazione della malattia (1975).

E che, dunque, l'eccezione sollevata dal dicastero sia da rigettare.

Nell'istanza di risarcimento, presentata post-mortem dai familiari della vittima per mezzo dell'avvocato Tommaso Onesimo, la moglie ed i figli del 57enne avevano preteso il riconoscimento dei danni iure hereditatis e di quelli iure proprio, causati dal decesso del loro congiunto, spirato tre anni dopo avere appreso della contrazione del virus.

Una malattia silente, accertata dal ctu, che ha riconosciuto un'invalidità permanente pari al 55-60 per cento e la sussistenza del nesso causale tra l'emotrasfusione, la malattia contratta ed il decesso.

Sebbene alla data dei fatti l’epatite C fosse già stata scoperta, i test di laboratorio per la diagnosi del virus nei donatori furono disponibili soltanto a partire dal 1978.

Il Ministero della Sanità, tuttavia, aveva l'obbligo di controllo e vigilanza in materia di emotrasfusioni: la sua condotta omissiva, per il giudice, causò la contrazione dell'epatite che, a distanza di anni, portò il paziente alla morte.

Il Ministero della Salute, dunque, dovrà risarcire i familiari della vittima: ai 510mila euro che dovrà sborsare - in solido - ai tre eredi della vittima, si aggiungono circa 42mila riconosciuti alla moglie dell'uomo come danno da lesione della capacità lavorativa del congiunto, ulteriori 180mila euro - in favore della stessa - e 330mila euro in favore dei figli (165mila per ognuno), come danno biologico, per la perdita del loro caro.

Claudio Tadicini

Leggi la sentenza su  www.cercasentenze.it

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