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C'era amianto sulle navi della Marina Militare

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C'era amianto sulle navi della Marina Militare
Per anni lavorò come elettricista sulle navi della Marina Militare, a stretto contatto con pannelli e rivestimenti in amianto.

Un'esposizione continuata nel tempo che, a lungo andare, senza le opportune misure di sicurezza, lo condusse purtroppo alla morte, stroncato da un male incurabile all'età di 51 anni.

A distanza di circa un decennio dalla prematura scomparsa dell'uomo, di Brindisi, primo maresciallo della Marina Militare, gli eredi hanno ottenuto oltre mezzo milione di euro come risarcimento dei danni: duecentotrentamila in favore della moglie, duecentomila per ciascuno dei suoi due figli, oltre interessi.

La sentenza è stata emessa nei giorni scorsi dal giudice Federica Sterzi Barolo, della prima sezione civile del Tribunale di Lecce, che ha condannato il Ministero della Difesa a risarcire gli eredi di A.L., morto il 3 maggio 2006 a causa di un tumore pleuro-polmonare, che lo portò via all'affetto dei suoi cari nel giro di due anni e mezzo.

Il decesso del sottufficiale brindisino, come certificato dalla Commissione medica dell'ospedale marittimo di Taranto - che accertò la patologia e riconobbe la causa di servizio - fu provocato dalle polveri dell'amianto killer che lo sfortunato militare respirò durante alcuni lavori di grande manutenzione, cui partecipò a bordo della nave da sbarco "Caorle" (dal luglio del 1975 al settembre dell'anno successivo) e dell'incrociatore lanciamissili "Andrea Doria" (da ottobre 1986 ad ottobre 1988).

In entrambi i casi, come confermato anche da alcuni testimoni nel corso del processo, A.L. eseguì e supervisionò lavori di montaggio e smontaggio di motori ed apparecchiature elettriche, nonché forni e cucine di bordo, con continua rimozione di pannelli di lana di vetro e fibre di amianto.

Congedatosi nel gennaio 2002 dopo 31 anni di servizio, l'uomo accusò i primi gravi disturbi alla fine dell'anno successivo, quando gli fu riscontrato il tumore, che poi lo condusse alla morte.

Assistiti dall'avvocato Antonello Bruno, i familiari della vittima hanno quindi citato in giudizio il dicastero per ottenere il risarcimento dei danni causati dalla perdita del loro congiunto. Ed il giudice leccese ha dato loro ragione: pur in assenza - alla data dei fatti - di norme specifiche per il trattamento di materiali con amianto (che furono introdotte nel febbraio 1982), il ministero avrebbe dovuto imporre l'adozione di misure di prevenzione e dispositivi di protezione individuale idonei a ridurre il rischio di esposizione dei lavoratori alle polveri. Ma nel corso del processo non ne ha fornito prova ed è stato quindi condannato.

Sulla vicenda si è recentemente espresso anche il Tar del Lazio, che ha riconosciuto il

diritto al risarcimento degli eredi del brindisino. La quantificazione del danno sarà stabilita in seguito: la prosecuzione della trattazione della causa, ai soli fini della  determinazione del danno, infatti, è stata fissata all'udienza pubblica del 28 giugno prossimo.


Claudio Tadicini
Leggi la sentenza: www.cercasentenze.it

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