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Stampa - Giornalista - Smentita di una precedente notizia lesiva dell'altrui reputazione e decoro - Diffusione - Necessità - Omissione - Conseguenze - Sanzione disciplinare - Irrogazione - Condizioni - Fondamento.

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Stampa - Giornalista - Smentita di una precedente notizia lesiva dell'altrui reputazione e decoro - Diffusione - Necessità - Omissione - Conseguenze - Sanzione disciplinare - Irrogazione - Condizioni - Fondamento.

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 21 febbraio 2013, n. 4373

Svolgimento del processo

1.1. Al dott. C. R., quale direttore del telegiornale TG5, con provvedimento del 5.3.09 del Consiglio regionale dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia fu irrogata - per violazione degli artt. 2 e 48 della legge professionale, quale direttore responsabile del detto telegiornale - la sanzione dell'avvertimento, per avere egli - in relazione alla diffusione della notizia di sette suore che avrebbero lasciato il velo per sposare detenuti del carcere Le Vallette di Torino, avvenuta il 13.8.06 sul TG5 delle ore 13 - omesso di diffondere la successiva richiesta di smentita;

1.2. con delibera n. 10 del 3.3.10 il Consiglio nazionale dell'Ordine dei Giornalisti rigettò il ricorso del R., il quale peraltro adì il tribunale di Milano ai sensi dell'art. 63, comma primo, legge 3 febbraio 1963, n. 69;

il tribunale rigettò, a sua volta, il ricorso con sentenza n. 273/10 e la corte di appello di Milano (nella composizione di cui all'art. 63, comma terzo, della legge 3 febbraio 1963, n. 69, nel testo ancora applicabile ratione temporis in virtù della disciplina transitoria di cui all'art. 36, comma 1, del d.lgs. 1 settembre 2011, n. 150, che ha escluso l'applicabilità ai giudizi in corso della riforma introdotta con gli artt. 27 e 34, comma 31, del medesimo d.lgs. 150 del 2011) ha infine respinto il gravame del R., con sentenza 18.5.11, n. 39;

per la cassazione di tale ultima pronuncia ricorre, affidandosi a tre motivi, illustrati da memoria ai sensi dell'art. 378 cod. proc. civ., il giornalista;

degli intimati resiste al ricorso - notificato anche alla Procura generale presso la Corte di appello di Milano - il solo Consiglio regionale dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia (che deposita altresì nota spese alla pubblica udienza del 18.1.13), mentre il Consiglio nazionale non svolge attività difensiva in questa sede.

Motivi della decisione

2. Il ricorrente sviluppa tre motivi ed in particolare:

2.1. con il primo (rubricato "violazione del principio di corrispondenza tra contestazione e decisione disciplinare ex artt. 521 c.p.p., 14 l. n. 689/1981, 48 ss., 63 e 64 l. n. 69/63 in relazione all'art. 360, n. 3 c.p.c.; nullità della sentenza e del procedimento per violazione dell'art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 360, n. 4 c.p.c.") egli si duole della mancata corrispondenza tra l'oggetto della contestazione ed il fatto ritenuto sussistente a fondamento dell'irrogata sanzione, per essere mancata una specifica richiesta di smentita rivolta al TG5, il quale si era del resto limitato - nel corso di una rassegna stampa - a riprendere la notizia diffusa dal quotidiano nazionale "La Stampa"; e dolendosi pure del rilievo attribuito dal tribunale all'omissione di ogni attività di verifica della notizia ed alla comunicazione, da parte del Consiglio regionale dell'Ordine dei Giornalisti piemontese, delle proteste di falsità già levate dalla Congregazione religiosa delle "Figlie della carità di S. V.";

2.2. con il secondo (rubricato "motivazione contraddittoria sul punto decisivo della controversia, rappresentato dall'oggetto del procedimento disciplinare e delle pretese violazioni, in relazione all'art. 360 n. 5 c.p.c.") egli censura la ratio deciderteli della gravata sentenza, identificata in una indebita confusione tra un preteso dovere di attivazione ufficiosa di verifica della notizia, invece semplicemente ripresa da altro organo di stampa, con un altrettanto insussistente dovere di diffusione di una rettifica mai richiesta al suo giornale; e si duole anche del mancato rilievo della sua tesi difensiva, sull'insussistenza, nella notizia fornita e a dispetto della sua non verità, di ogni carattere lesivo della reputazione della congregazione religiosa;

2.3. con il terzo (anch'esso di vizio motivazionale) egli lamenta la carenza di motivazione sulla sussistenza di un obbligo deontologico di rettifica, escluso invece, a suo dire, dalla carenza di una specifica richiesta dell'interessata Congregazione nei confronti del telegiornale da lui diretto e dalla ragionevole insussistenza del desiderio o dell'interesse di questa di tornare sull'argomento, viepiù a mano a mano che trascorreva il tempo dalla diffusione della notizia stessa, pure ribadita la carenza di idoneità lesiva della notizia.

3. Dal canto suo, il controricorrente Consiglio regionale dell'ordine dei giornalisti della Lombardia:

3.1. preliminarmente, riporta la trascrizione del testo del servizio giornalistico del TG5, dal quale risulterebbe il carattere di piena autonomia del servizio mandato in onda da quest'ultimo rispetto alla fonte originaria;

3.2. quanto al primo motivo di ricorso:

lamenta dapprima l'inammissibilità per la genericità e la non pertinenza dei richiami a norme di legge assunte come violate;

sostiene la novità in questa sede della doglianza di non corrispondenza tra addebito e sanzione in materia disciplinare;

argomenta per la peculiarità del relativo principio, da intendersi rispettato in ogni caso in cui sui fatti l'incolpato sia stato messo in grado di difendersi concretamente, come in ogni caso accaduto nella specie;

nega, comunque, nel merito che oggetto della stessa incolpazione non fosse stata, dall'inizio, la mancata diffusione della richiesta smentita in sé e per sé considerata, a prescindere cioè dal fatto che essa fosse stata rivolta proprio al TG5;

ricorda la pronta rettifica da parte del quotidiano "La Stampa" e la comunicazione, da parte del Consiglio regionale del Piemonte, della protesta di falsità della notizia da parte dell'interessata Congregazione;

3.3. quanto al secondo motivo di ricorso:

deduce l'inammissibilità, sia per la chiarezza della condotta da sempre contestata al R. (sicché va negato spazio a distinzioni tra omissione di verifica della notizia e omissione di pubblicazione di rettifica), sia per l'estensione della censura avversaria a profili di valutazione del materiale probatorio, non consentiti in sede di legittimità;

lamenta, poi, la radicale infondatezza della doglianza, sia perché il servizio del TG5 non si era affatto esaurito nella mera ripresa di una notizia data da altre fonti (come evidente dalla trascrizione del testo in controricorso), sia perché l'obbligo di rettifica non è escluso dal tempo trascorso, né influenzato da una valutazione soggettiva del giornalista sulla persistenza o meno dell'interesse del soggetto alla rettifica, sia per il contenuto francamente offensivo dei toni adoperati;

3.3. quanto al terzo motivo di ricorso:

lamenta la novità della doglianza di controparte incentrata sulla potenziale dannosità di una rettifica dopo molto tempo, ma la contesta pure nel merito, proclamando sussistere il dovere, per ogni giornalista, di diffondere una notizia dopo averne vagliato la verità e, comunque, di diffondere una rettifica o una correzione di notizie rivelatesi false o inesatte; e non mancando di porre in risalto come l'interesse della Congregazione alla rettifica fosse stato palesato a più riprese.

4. Il primo motivo di ricorso non può essere accolto:

4.1. di esso, incentrato sulla dedotta non corrispondenza tra contestazione e fatto riconosciuto a fondamento dell'irrogata sanzione, va preliminarmente verificata l'ammissibilità per non novità della questione:

infatti, il ricorrente che proponga in sede di legittimità una determinata questione giuridica, la quale implichi accertamenti di fatto, ha l'onere, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l'avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa (per l'ipotesi di questione non esaminata dal giudice del merito: Cass. 2 aprile 2004, n. 6542; Cass. 10 maggio 2005, n. 9765; Cass. 12 luglio 2005, n. 14599; Cass. 11 gennaio 2006, n. 230; Cass. 20 ottobre 2006, n. 22540; Cass. 27 maggio 2010, n. 12992; Cass. 25 maggio 2011, n. 11471; Cass. 11 maggio 2012, n. 7295; Cass. 5 giugno 2012, n. 8 992);

4.2. orbene, in primo luogo il ricorso, in violazione delle prescrizioni di cui ai nn. 3 e 6 dell'art. 366 cod. proc. civ., non riporta analiticamente il tenore delle espressioni adoperate nei gradi di merito per sviluppare la relativa questione intesa quale specifica contestazione di non corrispondenza tra fatto contestato e fatto ritenuto a carico del ricorrente: esso si riferisce, in modo generico e sommario, allo sviluppo di "articolati motivi" e di "diversi profili" di illegittimità (si vedano, rispettivamente, quinta e sedicesima riga della pag. 7 del ricorso), così privando questa Corte della possibilità di verificare che non si tratti di questione nuova;

4.3. ad ogni buon conto, il concreto tenore delle difese articolate dal R. nell'atto di appello (v. pagine 7 e 8, cui pure, benché sommariamente, si riferisce il ricorso) esprime la piena consapevolezza del fatto che, al di là del tenore letterale della contestazione, quella in concreto mossa consistesse appunto (v. a pag. 8 del ricorso in appello, paragrafi secondo e terzo dopo il segno grafico "§§§") nell'omessa presa in considerazione dell'istanza di rettifica o smentita o comunque nella carenza di dovuto seguito, con totale disinteresse verso la posizione della richiedente (la Congregazione delle Figlie della Carità): tanto che di tale specifica effettiva configurazione della contestazione, benché effettivamente in parte divergente da quella corrispondente al tenore letterale originario, l'allora appellante - e odierno ricorrente - lungamente argomenta per l'infondatezza nel merito, così non solo ed in modo pieno difendendosi dalla medesima come in concreto articolata, ma, per ciò stesso, per implicito accettando che quello e non altro fosse il contenuto dell'infrazione contestatagli, così elidendo in radice ogni doglianza di non corrispondenza con il tenore originario;

4.4. pertanto, è positivamente accertato che egli non si sia doluto, nei gradi di merito, di tale non corrispondenza (la quale, pienamente percepita in ogni suo aspetto ed implicazione, ha invece confutato nel merito, negando il fatto e la sua illegittimità); pertanto, una doglianza che abbia ad oggetto la descritta non corrispondenza risulta, nei termini prospettati con il richiamato primo motivo, sollevata per la prima volta davanti a questa Corte di legittimità: ma tanto comporta la preclusione della medesima per novità.

5. Quanto al secondo ed al terzo motivo, che, per la loro intima connessione, debbono essere congiuntamente considerati, va premesso che, se il diritto di rettifica, riguardato cioè dal punto di vista del soggetto leso dalla diffusione di una notizia falsa o scorretta, è oggetto di approfondita elaborazione anche da parte della giurisprudenza di questa Corte di legittimità (quanto alla richiesta di rettifica in senso stretto, di cui all'art. 8 della legge 8 febbraio 1948, n, 47, così come modificato dall'art. 42 della legge 5 agosto 1981, n. 416, si possono vedere le compiute elaborazioni di Cass. 24 novembre 2010, n. 23835, nonché, prima ancora, di Cass. 24 aprile 2008, n. 10690), un vero e proprio dovere di rettifica, in capo a chi fruisce del generale diritto di libertà di espressione, va configurato come idoneo ed intrinseco contrappeso di quest'ultimo diritto.

Esso attiene, del resto, alla necessaria completezza e correttezza dell'originaria notizia, quale ineliminabile complemento della stessa, a guisa di riequilibrio della situazione alterata dalla prima, a garanzia appunto dei diritti fondamentali del soggetto cui quella si riferisce.

La rettifica, in sé considerata, è stata anche di recente ritenuta coessenziale alla libertà di espressione del pensiero di cui all'art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, visto che la Corte che vigila sulla sua applicazione, con sentenza 3 aprile 2012 (della IV sezione, su ricorso n. 43206/07, in causa Kaperzyhski v. Poland), ha ritenuto censurabile la cogenza della rettifica - rettifica di per sé, invece, assolutamente non criticabile - soltanto in particolari condizioni (di coinvolgimento di fatti o materie di immediato interesse pubblico), che palesemente non ricorrono nella specie; in particolare, la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo:

- ha si ritenuto eccessiva la sanzione penale per l'imperfetto o mancato adempimento del dovere di pubblicazione di rettifica, ma soltanto nei detti casi di preminente pubblico interesse;

- ha ribadito che, pur giocando la stampa un ruolo essenziale in una società democratica, essa non deve oltrepassare certi limiti, in particolare quanto alla reputazione ed ai diritti degli altri (§ 55);

- ha riconosciuto che l'art. 10, comma 2, della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo pone doveri e responsabilità a chi ne fruisce, primo fra tutti quello della buona fede;

- ha qualificato, così, un obbligo legale di pubblicare una rettifica o una replica dell'interessato come un elemento normale del contesto giuridico dell'esercizio della libertà di espressione da parte dei media (§ 66);

- ha escluso che la rettifica stessa possa configurarsi come strumento eccessivo o irragionevole, essendo anzi essa stessa un importante elemento della medesima libertà di espressione, sia come garanzia del diritto di contestare informazioni non veritiere, sia di assicurare una pluralità di opinioni sul medesimo fatto (e non certo soltanto su materie di interesse generale).

6. Su questa premessa, l'inequivoca protesta di falsità di una notizia coinvolgente direttamente un individuo, dal diretto interessato formulata e portata a conoscenza di chi la notizia ha divulgato, è idonea ad attivare un dovere, soprattutto per colui che - come il giornalista ed a maggior ragione un direttore responsabile di una testata -in via professionale si occupa della diffusione di notizie, di dare conoscenza della protesta stessa, quest'ultima dovendo qualificarsi equipollente a tali fini ad una richiesta di rettifica, al fine di garantire in concreto all'interessato la tutela dei suoi diritti fondamentali. E, in applicazione di tale principio, nella specie:

6.1. in primo luogo, l'attività di mancata verifica e di inerzia rispetto alla segnalazione del Consiglio professionale territoriale piemontese, univoca nel dar conto della decisa rappresentazione - ad opera della Congregazione interessata - della falsità della notizia originaria comunque diffusa e nella formulazione - sempre ad opera della Congregazione coinvolta dal servizio - di una doglianza anche nei confronti del telegiornale diretto dal R., è stata oggetto di adeguata ed ampia presa di posizione da parte di quest'ultimo;

- in secondo luogo, la comunicazione, da parte del Consiglio regionale piemontese dell'Ordine era del tutto univocamente idonea, nel tenore testuale impiegato e come ha ritenuto la gravata sentenza, a far constare al direttore del TG5 sia che l'interessata Congregazione aveva protestato e sostenuto la falsità della notizia, sia che di tale falsità essa si era doluta proprio nei confronti anche del TG5, tanto che quel Consiglio si attivava per acquisire la documentazione relativo al servizio giornalistico;

- in terzo luogo, il tenore testuale del servizio giornalistico originario rende evidente che la notizia dell'abbandono del velo da parte di almeno sette religiose non era stata affatto data in maniera neutra o con mera riproduzione delle espressioni adoperate nella fonte, ma con l'espressione di giudizi autonomi e propri dell'autore del servizio del telegiornale, in termini evidentemente lesivi del decoro di una Congregazione, esaltandosi la violazione - con espressioni insinuanti, ove non proprio di implicito dileggio o riprovazione - di una delle regole di essa, presentata, nello stesso specifico contesto, come quella della castità delle sue adepte, oggetto di un voto particolare e notoriamente assistito da sacralità;

6.4. in quarto luogo, è evidente che, nell'iter motivazionale della qui gravata sentenza, la considerazione dell'omissione dell'attivazione spontanea di ogni attività di verifica della notizia, nonostante la comunicata protesta di falsità, integra, un semplice elemento di rincalzo dell'ingiustificabilità dell'omissione anche e soprattutto della diffusione della diversa notizia che di quella originaria segnalazione era stata data smentita;

6.5. in quinto luogo, anche a prescindere dall'eventuale novità della relativa doglianza, a nulla varrebbe l'intervallo temporale tra notizia inesatta o non veritiera e sua rettifica o smentita:

e tanto sia davanti alla considerazione dell'immediata attivazione del soggetto interessato per conseguire queste ultime e della mancanza di una qualunque modificazione di tale manifestazione di volontà (dovendosi quest'ultima ritenere valida fino a revoca, espressa o per fatti concludenti, ma pur sempre univoci, tanto da essere la revoca stessa esclusa da una condotta meramente inerte;

e neppure essendo stato positivamente trasfuso nell'ordinamento il diverso principio della subordinazione della smentita alla dichiarazione espressa di persistenza dell'interesse di colui che la aveva richiesta), sia - soprattutto - per l'inaccettabilità (di recente ribadita dalle richiamate Cass. 10690 del 2008 e 23835 del 2010, quanto alla richiesta di rettifica in senso stretto, di cui all'art. 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, così come modificato dall'art. 42 della legge 5 agosto 1981, n. 416) della rimessione alla discrezionalità del soggetto propalatore delle notizie false o contestate dell'opportunità di tutelare il decoro della vittima tacendo una smentita doverosa sia da un punto di vista oggettivo (non solo per essere risultata oggettivamente falsa la notizia, ma soprattutto per essere incontestabilmente stata richiesta la smentita stessa e conosciuta tale richiesta anche dal propalatore) che soggettivo (per la vista volontà del soggetto leso di conseguire il ristabilimento della verità e non risultando aliunde la sua contraria volontà di attivare il ed. diritto all'oblio: tanto da configurarsi la sua originaria richiesta come valida indefinitamente fino a revoca);

6.6. pertanto, correttamente è assoggettato a sanzione disciplinare il direttore di un giornale (nella specie, televisivo) che ometta di diffondere la notizia della smentita, della cui formulazione ad opera del soggetto interessato sia stato comunque informato, di una precedente notizia, lesiva dell'altrui reputazione o decoro, ripresa da altra fonte di stampa ma autonomamente rielaborata, neppure potendo quegli sindacare se, in ragione del tempo intercorso o di altre circostanze, possa la smentita stessa essere non doverosa o di nocumento all'interessato.

7. In conclusione, per l'inammissibilità del primo motivo e l'infondatezza degli altri due, il ricorso è rigettato; e la condanna del ricorrente alle spese del giudizio di legittimità consegue alla sua soccombenza.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna C. R. al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore del Consiglio Regionale dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, in pers. del leg. rappresentante p.t., liquidate in € 5.200,00, di cui € 200,00 per esb

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