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Presunto abuso sessuale su minore di anni tre – Accertamento peritale - Elementi acquisiti – Utilizzabilità

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Presunto abuso sessuale su minore di anni tre – Accertamento peritale - Elementi acquisiti – Utilizzabilità

Le dichiarazioni rese al consulente tecnico del pubblico ministero (o al perito) dai minori nei confronti dei quali si svolgono accertamenti in ordine alla loro credibilità ed attendibilità sono utilizzabili soltanto ai fini delle conclusioni dell'incarico di consulenza ma non della ricostruzione del fatto.

Tribunale di Brindisi – Sezione penale – Sentenza n. 98, depositata il 16 maggio 2015

REPUBBLICA

ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI BRINDISI

composto dai magistrati

1) Dott. Francesco ALIFFI Presidente

2) Dott. Francesco CACUCCI Giudice

3) Dott. LUCA SCUZZARELLA Giudice reI.

Ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa penale

CONTRO

G.L..                                                                                                                                                 Libero, presente

Imputato del delitto p. e p. dall' art. 609 quater, co. l n. 1 e co. 5, c.p., per avere compiuto atti sessuali con la figlia di 3 anni G.M., consistiti nel toccarle con il dito e con il pene la vagina e 1'ano, provocando anche dolore fisico.

pc.: S.A. in proprio, nonchè quale esercente la potestà sulla figlia minore G.M., assistita e difesa dall' Avv. Fabio Di Bello.

Le parti hanno così concluso:

il Pubblico Ministero chiede la condanna di G.L. alla pena di anni 5 di reclusione, applicata la pena accessoria di cui all' art. 609 nonies c.p. consistente nella perdita della potestà parentale ed interdizione perpetua da uffici attinenti alla tutela e curatela; deposita memoria scritta.

Il difensore delle parti civili chiede il riconoscimento della penale responsabilità dell'imputato e deposita nota spese e conclusioni scritte.

I difensori dell'imputato chiedono l'assoluzione perché il fatto non sussiste o con la formula di giustizia.

SVOLGIMENTO del PROCESSO

Tratto a giudizio per rispondere della rubricata imputazione a seguito di decreto del G.U.P. dd. 19.01.2010 che disponeva il processo innanzi al Tribunale di Brindisi in composizione collegiale, G.L., in atti generalizzato compariva all'udienza del 5 marzo 2010.

S.A. si costituiva parte civile in proprio e nella qualità di esercente la potestà sulla minore G.M. già nel corso dell'udienza preliminare.

Nel corso della prima udienza innanzi il collegio le parti chiedevano l'ammissione dei rispettivi mezzi istruttori.

Il P.M. depositava verbale di incidente probatorio svolto innanzi il GIP contenente anche il verbale dell'ascolto protetto della minore M.G. avvenuto in data 28 gennaio 2009 e chiedeva l'ascolto degli ulteriori testi di lista.

La parte civile si opponeva all'ascolto del teste G.S. poiché chiamata a riferire su fatti successivi rispetto a quelli oggetto di imputazione ed in particolare sul contenuto della relazione dalla stessa redatta il 13 gennaio 2010 su richiesta del Tribunale per i minorenni; si opponeva inoltre all'acquisizione della predetta relazione in quanto non conosciuta dalla difesa ed avente natura di consulenza tecnica.

All'udienza del 17 dicembre 2010 il Tribunale, in mutata composizione, ammetteva tutte le prove richieste, ivi compresa la relazione redatta dalla dottoressa German, in quanto avente natura documentale ex art. 234 c.p.p. e non quale relazione tecnica proveniente da un consulente incaricato nel corso delle indagini.

L'istruttoria dibattimentale si svolgeva con l'ascolto dei testi e dei consulenti di parte.

Ritenuto, quindi, il processo sufficientemente istruito, dichiarati chiuso il dibattimento ed utilizzabili tutti gli atti contenuti nel fascicolo, si procedeva alla discussione, all'esito della quale, sulle riportate conclusioni delle parti si dava lettura del dispositivo di sentenza trascritto in calce.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Così riassunti gli elementi salienti del processo, deve osservarsi che le prove acquisite nel corso del processo non consentono di pervenire ad un giudizio di colpevolezza dell'imputato al di là di ogni ragionevole dubbio ed impongono, dunque, l'adozione di una pronuncia di tipo assolutorio.

Il presente processo trae origine dalla denuncia presentata in data 4.12.2008 presso gli uffici della Questura di Brindisi dalla sig.ra S.A. moglie dell'imputato G.L. e madre della piccola M. che all' epoca aveva appena compiuto tre anni.

La Sig.ra S. ha riferito in quella sede e poi confermato in aula durante il suo esame, che dopo appena nove mesi dalla nascita della piccola M., avvenuta il 3 gennaio 2005, a causa del comportamento scorbutico e violento del marito aveva chiesto ed ottenuto la separazione dal coniuge.

Quindi l'odierna parte civile ha riferito al Tribunale alcuni episodi di violenza e soprusi di cui era stata vittima durante la vita coniugale ad opera del marito.

Quando era ancora incinta di M., a seguito di un violento litigio col G., venne allontanata da casa ed in un'altra occasione venne addirittura minacciata con un coltello alla gola dall'imputato.

Il G. spesso la umiliava e la offendeva chiamandola "puttana", pretendeva da lei rapporti sessuali di tipo anale che le erano sgraditi e le aveva anche proposto di prostituirsi con altri uomini, così da "incrementare" le entrate familiari.

Durante la convivenza i coniugi avevano convissuto dapprima a casa della madre del G. con la quale a dire della S. il marito aveva un rapporto particolarmente morboso; successivamente agli inizi del 2006 i coniugi avevano preso una casa in affitto dove avevano vissuto ancora qualche mese prima di separarsi.

Durante il periodo della separazione i rapporti erano abbastanza normali ma con alcuni "attriti".

Il padre prendeva la bambina con sé tre volte la settimana come stabilito dal Giudice e la madre non aveva mai opposto ostacoli a tali modalità di visita da parte del G.

Dopo qualche tempo, precisamente intorno al mese di agosto del 2008, la Sig.ra S. aveva cominciato a notare nella piccola M. alcuni atteggiamenti strani e inusuali al rientro dagli incontri con il padre.

In particolare la bambina manifestava continue crisi di pianto, disturbi del sonno, segni di nervosismo.

Riferisce a pag. 15 del verbale di udienza dibattimentale: "La bambina era sempre agitata, non dormiva bene la notte,' poi ho cominciato a preoccuparmi .. inizialmente non ho saputo dare una giusta spiegazione a questo atteggiamento della bambina. Solo dopo un po' di tempo che la bambina diceva delle frasi del tipo .. Papà è cattivo, papà mi mette il dito nella patatina, indicava il suo organo genitale. Poi, nello stesso tempo faceva dei movimenti strani con il bacino avanti ed indietro oscillatori".

Con il passar del tempo alcune manifestazioni comportamentali della bambina al rientro delle visite con il padre si erano fatte più esplicite e preoccupanti; la bambina aveva frequenti crisi di pianto, si rotolava per terra, sembrava impazzita, urlava come una pazza, tirava calci.

Alle domande della madre che si sforzava di comprendere le ragioni di questo malessere, la piccola M. rispondeva con frasi del tipo: Papà è cattivo, mi mette il dito nella patatina, mi ha fatto male al culetto, mi ha messo il pomodoro nel culetto.

Tali fatti vengono collocati dalla teste all'incirca nell' agosto del 2008.

Questi atteggiamenti, ripetuti ed insoliti, cominciarono a destare una certa preoccupazione nella sig.ra S. e nella di lei madre Q.P.

Nello stesso tempo la signora aveva notato che la piccola M. aveva degli arrossamenti nelle zone genitali.

Tuttavia nessun controllo medico fu richiesto per approfondire tale sospetta circostanza, nè la signora S. ne parlò con nessuno, ad eccezione della Q., poichè la faccenda appariva alquanto delicata.

Nel mese di novembre del 2008 la donna volendo capire perché la bambina avesse questi disturbi, decise di rivolgersi ad una psicologa, seguendo il consiglio del suo avvocato che la seguiva nel giudizio di separazione.

Il professionista le suggerì di andare dalla dott. Daniela Viggiano con studio in Roma, e qui la S. si recò il 26 novembre 2008 portando con sé la piccola M.

Dopo avere effettuato una consulenza psicologica sulla minore, la dott. Viggiano scrisse una apposita relazione che fu poi presentata alla Procura della Repubblica unitamente alla denuncia sporta contro l'imputato.

Su domande della difesa la S. ha confermato che la separazione con il marito era di fatto avvenuta nel giugno del 2006, mentre l'omologa del Tribunale vi era stata il 29 giugno del 2007.

Successivamente il sig. G. aveva avanzato una domanda di affido condiviso della minore la cui udienza in Tribunale era stata fissata il 19 novembre del 2008.

L'ultima volta che il padre prese con sè la bambina era il 26 novembre 2009: lo stesso giorno la sig.ra S. dopo aver ripreso la bambina si recò a Roma dalla dottoressa Viggiano insieme alla minore.

Infine la S. ha detto di avere atteso da agosto a novembre prima di fare la denuncia perché non sapeva come comportarsi; seppure era piuttosto allarmata per il comportamento di M., aveva ugualmente consegnato la bambina al padre perché riteneva non fosse compito suo decidere autonomamente le modalità dell'affido.

Sul punto deve osservarsi che dichiarazioni della S. assumono valenza di testimonianza diretta, per quanto dalla stessa personalmente visto ed udito e di testimonianza de relato, per quanto riguarda le confidenze ricevute dalla piccola M.

Tali dichiarazioni nel loro complesso devono essere valutate attentamente e confrontate con le stesse dichiarazioni provenienti dalla minore quale fonte diretta, nonchè con le indagini e le valutazioni svolte dai consulenti tecnici ed esperti a vario titolo intervenuti nel procedimento.

Sullo stesso piano delle dichiarazioni della sig.ra S. si pongono anche le dichiarazioni della di lei madre Q.P. 

Sentita in dibattimento la sig.ra Q. ha confermato l'origine dei dissapori tra i coniugi dovuti al comportamento del G.

Questi aveva sempre maltrattato la moglie ed aveva preteso che la stessa abortisse.

In più occasioni aveva offeso la moglie, chiamandola ''puttana'', ovvero con altre offese; voleva pure che la moglie si prostituisse.

I litigi erano continuati fino alla separazione, dopo di chè la Q. aveva chiuso ogni rapporto con il genero.

La sig.ra Q. aveva pure notato alcuni comportamenti strani della piccola M., specie dopo gli incontri con il padre: la bambina parlava da sola, si rotolava per terra, oppure si metteva sotto il tavolo.

"lo poi ascoltavo M. che diceva: Papà è monello, cattivo, papà mi mette la siringa nel culetto, papà mi mette la pomata" e c'erano delle frasi strane" (A pag. 40 verbale del 17.10.2013).

Di questi episodi accaduti in particolare tra il mese di aprile e l'agosto 2008 ne aveva parlato solo con la figlia A., finchè poi stessa non prese "giustamente" provvedimenti.

Nel corso delle indagini su richiesta del P.M. il Giudice per le indagini preliminari ha disposto l'ascolto della minore M: con incidente probatorio.

La bambina, che all' epoca aveva tre anni e tre mesi, è stata ascoltata nelle forme dell'esame protetto con l'ausilio del perito dott.ssa Paola Calò e dei consulenti di parte dott. Viggiano e dott. Greco.

Successivamente ci sono stati altri quattro incontri del perito con la bambina.

L'intervista si è svolta in ambiente idoneo, con utilizzo del sistema dello specchio unidirezionale ed è stata regolarmente video-registrata.  

Nella prima fase dell'intervista il perito ha tentato di stabilire un contatto con la minore, impegnandola con colori e fogli per il disegno, e rivolgendole domande di carattere generale.

Nella seconda fase sono state rivolte domande più specifiche sul tema oggetto di indagine:

PSICOLOGA Paola Calò: mi racconti come è fatto papà? M.: niente

PSICOLOGA Paola Calò: niente non vuoi dirmi niente?

M. : no

PSICOLOGA Paola Calò: perché? M. : perché non ti voglio dire niente.

PSICOLOGA Paola Calò: perchè non mi vuoi dire niente?

M.: perché papà mi ha fatto male (pag. 20 e segg.)

PSICOLOGA Paola Calò: ascoltami, tu a D. hai raccontato delle cose che riguardano il tuo papà. E 'vero? M: è passato!

PSICOLOGA Paola Calò: le vuoi raccontare anche a me?

M.: no (pag.43 e segg)

PSICOLOGA Paola Calò: Senti M. ascolta tu hai raccontato a D. che papà ti ha fatto la bua?

M.: ... no, si dormo col piccino mio piccolo (riferendosi al pupazzo che ha in mano)

PSICOLOGA Paola Calò: tu hai detto a D ed alla mamma che papà ti ha fatto la bua è vero?

M.: uhf Voglio andare dal Giudice.

PSICOLOGA Paola Calò: e cosa devi dire al Giudice?

M.: che papà mi fatto male!

PSICOLOGA Paola Calò: e dove ti ha fatto male?

M.:[mostra il suo ginocchio sinistro] pag 52'

Nessuna rivelazione o particolare confidenza è stata fatta da M. nel corso dell'incidente probatorio, al di là delle scarne affermazioni sopra riportate.

Cio è accaduto vuoi per ritrosia della bambina ad affrontare i temi che le venivano proposti specie con riferimento alla figura del padre, vuoi per la mancanza di quella "necessaria empatia tra perito e minore "richiamata anche dal pubblico Ministero nella sua memoria. (tuttavia sul rapporto comunicativo tra minore ed esperto cfr. par. 4 .9 linee guida di Roma del 6 11 .10 affermano: "L'empatia rappresenta una qualità dell'atteggiamento dell 'intervistatore atta a favorire la comunicazione ma non può divenire strumento diagnostico preponderante in un contesto giudiziario”).

Riferisce la dott. Paola Calò nella sua perizia a pag 9 e segg. che in questo contesto la minore ha fornito una collaborazione appena sufficiente, almeno finchè venivano trattate tematiche di carattere generale, mentre la disponibilità veniva come ritirata quando oggetto dell'incontro dialogico divenivano il rapporto con il padre e i fatti esposti in denuncia.

Quando abbiamo indirizzato il nostro interesse verso la ricostruzione degli avvenimenti denunciati, M. dimostrava una certa ritrosia, distoglieva lo sguardo dall'interlocutore e spostava l'attenzione su altre cose; si è limitata a dire: " Papà mi fatto male", durante l'ascolto protetto, senza riuscire a contestualizzare l'accaduto ed a fornire dettagli.

M. con il suo atteggiamento, non ha consentito di ottenere ulteriori informazioni, neppure nella fase commento- intervista dei disegni, quale quello del padre, che ha accettato di riprodurre graficamente.

Il Perito ha proceduto ai successivi colloqui presso il centro Antiviolenza di Lecce, in setting idoneo per l'osservanza della piccola.

E' stato effettuato un colloquio con i genitori, al [me di acquisire le notizie anamnestiche e puntualizzare gli eventi, acquisendo la versione dei fatti fornita dai genitori.

Anche nel corso degli incontri successivi M. è apparsa diffidente, scarsamente collaborante.

I temi trattati durante i colloqui con la minore e la valutazione psicodiagnostica, effettuati in data 9.03.2009, in data 16.03.2009,20.03.2009 e 6.04.2009 ed i loro contenuti, sono stati registrati mediante riprese di video e fonoregistrazione; il colloquio con la madre, effettuato il 27.03.2009, e quello con il padre, effettuato il 23.04.2009, sono stati registrati mediante fonoregistrazione.

L'osservazione psicodiagnostica della minore M.G. tesa ad analizzare le diverse funzioni psichiche del soggetto e comporre un profilo di personalità è stata condotta attraverso la somministrazione e valutazione dei seguenti test: disegno spontaneo, test della figura umana, test dell' albero, favole di Duss, The Blacky pictures ( quest'ultimo sospeso stante la scarsa collaborazione della bambina).

In conclusione, sulla base delle figure realizzate dalla bambina a seguito della somministrazione dei test grafici ne viene così tratteggiata la personalità in relazione al suo attuale grado di sviluppo: "la bambina evidenzia una forma di personalità precaria in quanto non può aprirsi alle relazioni esterne. E' come se le fosse stato impedito la realizzazione della fase edipica, fase che apre la bambina al confronto con la figura patema, e come tale, a tutto ciò che è diverso dall'unità madre bambino".

L'indagine peritale si è estesa anche alla valutazione psichiatrico forense al fine di accertare la idoneità della minore a testimoniare, la sua attendibilità clinica con riferimento agli aspetti percettivi e cognitivi della testimonianza: in particolare la funzionalità delle principali competenze psichiche, prime tra tutte la percezione e la memoria, la precisione dei dettagli e la coerenza della sua testimonianza, la capacità di riferire 1'oggetto di percezione, il grado di suggestionabilità" .

Nella procedura di validation della accusa seguita dal perito sono stati esaminati quattro ambiti specifici:

l) Esame dell'ambito familiare:"la piccola M.G., nasce da una coppia di "genitori separati". Infatti la separazione genitoriale accade quando la bambina ha solo 8 mesi, e M. viene affidata alla madre, con diritto di visita del papà tre volte a settimana. I contrasti tra i coniugi erano cominciati già prima del matrimonio, celebrato frettolosamente data la gravidanza della S.. Entrambi i coniugi, interrogati sulla crisi e sulle sue cause, attribuiscono al forte legame dell' altro con la propria famiglia di origine, ed alle conseguenti difficoltà di svincolo, i motivi dei primi litigi [ ... ]La situazione di affidamento è stata caratterizzata da una non matura condivisione, da parte di coniugi, del loro ruolo genitoriale: Da ciò il sentimento di attaccamento di M. nei confronti della madre, e la difficoltà di percepire i genitori come coppia. La minore vive la relazione con il padre in maniera ambivalente, con difficoltà a relazionarsi con lo stesso, perché ancora in simbiosi con la madre, senza la possibilità di esperire la dinamica edipica[ .... ]

2) Condizioni fisiche della minore ed indagini mediche effettuate: "In data 06.12.2008 sono stati effettuati sulla minor a esami clinici per individuare eventuali indicatori fisici di abuso. La visita ginecologica della U.O. di ginecologia ed Ostetricia dell'ospedale Perrino di Brindisi (dott. Cagnazzi Lucia) ha messo in evidenza: " Assenza di lesioni vulvari o ecchimosi. Imene integro. Non lesioni o ematomi perianali. La mamma della piccola riferisce che la bimba è stata in compagnia del padre il 25.11.2008 per 1'ultima volta. Si tenga presente che escoriazioni o lesioni lievi guariscono nel giro di 3-4 giorni.

3) Presenza di profili sintomatici specifici di abusi sessuali subiti:

Dalla osservazione e valutazione della minore si rilevano sfumati patterns che possono suggerire la ricorrenza di indicatori comportamentali ed emotivi non specifici. Nell' approfondimento psicodiagnostico sono emersi elementi indicativi di una certa immaturità, insicurezza, difficoltà del controllo emozionale, bisogni affettivi insoddisfatti, correlati alle relazioni familiari e più in generale all'area dell' affettività con tendenze regressive. Non sono stati rilevati sicuri elementi che possono suggerire la ricorrenza di indicatori probanti, come non è emersa una conoscenza di esperienze sessuali inappropriata rispetto all'età. Pertanto i patterns rilevati sono da considerarsi aspecifici, potendo coincidere con comportamenti tpici dell' età infantile e da conflittualità familiare".

4) Le dichiarazioni della minore:

"M.G. ha manifestato nell'esposizione carenti capacità di espressione, confusione nel ricordo di fatti e sovrapposizione nei tempi anche quando rievoca eventi neutri o estranei a quelli per cui è processo: durante i colloqui solo in due occasioni ha proposto contenuti relativi ad un eventuale coinvolgimento del padre in condotte di abuso ( Papà mi ha fatto male .. al culetto).

M. presenta un livello intellettivo-cognitivo nei limiti della norma. Tuttavia, durante i colloqui, ha dimostrato difficoltà nell' essere attenta, nel rispondere adeguatamente alle domande, nell' articolare discorsi comprensibili.

Non appare in grado di rievocare con sufficiente accuratezza i fatti, e tende spesso verso una rielaborazione o arricchimento gratuito degli avvenimenti.

Il suo assetto cognitivo attuale appare condizionato da interferenze psicologico/emotive, così come rimane tutto da verificare il ruolo di eventuali variabili esterne, agenti si un substrato di naturale suggestionabilità, e soprattutto di bisogni di natura affettiva [ ... ]

A questo proposito, non si può tener conto della separazione coniugale conflittuale dei genitori di M., condizione di particolare rischio per le false accuse.

Tale data insieme alla valutazione psicodiagnostica che sottolinea un rapporto di tipo fusionale tra madre e bambina, pone l'accento sulla possibilità che la paura della madre di perdere la simbiosi con la figlia, tramite l'intromissione del padre nella loro vita, vada ad inficiare le fantasie edipiche della piccola"

In sintesi secondo le conclusioni del perito, ribadite anche nel corso dell'esame svolto in dibattimento, la minore può essere considerata persona capace di testimoniare e genericamente attendibile.

Tuttavia, riguardo l'attendibilità specifica, considerando che la stessa non ha riproposto la ricostruzione-valenza dei fatti denunciati non è possibile formulare alcun giudizio o valutazione per quanto di competenza del perito.

Tuttavia nell' approfondimento psicodiagnostico sono emersi elementi indicativi di una certa immaturità, insicurezza, difficoltà nel controllo emozionale, bisogni affettivi insoddisfatti, correlati alle relazioni familiari e più in generale all'area dell'affettività, con tendenze regressive.

Non sono stati rilevati alcuni elementi che possano fungere da indicatori comportamentali probanti, come non è emersa una conoscenza di esperienze sessuali inappropriata all'età.

Pertanto, i patterns rilevati sono da considerarsi aspecifici, potendo coincidere con comportamenti tipici dell' età infantile e da conflittualità familiare.

Le conclusioni della dott. Paola Calò devono nella sostanza condividersi, in quanto frutto di un indagine rigorosa, effettuata con metodo scientifico ed in assenza di condizionamenti o pregiudizi: partendo da un indagine del contesto familiare di riferimento e dai possibili riflessi sullo sviluppo della personalità della minore, il perito ha effettuato una approfondita valutazione psichiatrica della piccola M., sia attraverso i colloqui con la stessa che tramite la somministrazione dei test più diffusi nella psicoanalisi infantile.

Nessun sintomo riscontrato sulla minore nel corso dell'analisi risulta in ogni caso specificamente riferibile ad un'ipotesi di abuso.

Nessuna conferma in tal senso è scaturita dalle indagini mediche eseguite in ospedale, rivolte a riscontrare l'eventuale presenza di indicatori fisici di abuso.

Allo stesso modo i sintomi di carattere psichico riscontrati sulla minore periziata, quand' anche ricollegabili ad esperienze di tipo traumatico vissute (c.d. disturbo post-traumatico da stress), non risultano specificamente riconducibili ad un' ipotesi di abuso sessuale in quanto genericamente riferibili a traumi di vario genere, compatibili con dinamiche di tipo familiare specie in presenza di un forte conflitto genitoriale quale quello in atto accertato.

Sul punto possono ancora richiamarsi le linee guida nazionali sull'ascolto del minore sottoscritte a Roma il 6.11.10 e generalmente accolte dalla comunità scientifica di riferimento sui c.d. indicatori di abuso ( paragrafo 4.3) secondo cui non è scientificamente corretto inferire dalla esistenza di sintomi psichici e/o comportamentali, pur rigorosamente accertati, la sussistenza di uno specifico evento traumatico.

Nel corso dell'analisi condotta sulla minore M.G. è emersa, inoltre, la presenza di un rapporto di tipo simbiotico e fusionale tra la bambina e la madre che rende elevato il rischio di suggestionabilità della minore pur senza inficiarne la capacità di testimoniare.

In secondo luogo dall'analisi oggettiva delle dichiarazioni rese dalla piccola M. nel corso del1'incidente probatorio appare evidente che non vi è stata alcuna esplicita conferma da parte del1a bambina dei fatti esposti in denuncia; evidente è apparso pure il rifiuto della minore di affrontare gli specifici temi di indagine attinenti la figura del padre, essendosi limitata a ripetere "papà mi ha fatto male" ed ad indicare il proprio ginocchio.

In proposito la giurisprudenza di legittimità ha elaborato criteri specifici per la valutazione del1e dichiarazioni del minore, assunte nel corso dell'esame protetto Si è sul punto ritenuto che le testimonianze dei minori sono fonte legittima di prova: perciò l'affermazione di responsabilità dell' imputato può essere fondata anche sul1e dichiarazioni dei minori specie se queste siano avvalorate da circostanze tali da farle apparire meritevoli di fede.

Tali dichiarazioni devono essere tuttavia sottoposte ad attenta valutazione critica, potendo essere frutto di etero o auto suggestione, ovvero della fantasia o del1'immaturità psichica del minore.

"La valutazione delle dichiarazioni testimoniali del minore persona offesa di reati sessuali presuppone un esame della sua credibilità in senso onnicomprensivo, dovendo tenersi conto a tal riguardo dell'attitudine, in termini intellettivi ed affettivi, a testimoniare, della capacità a recepire le informazioni, ricordarle e raccordar le, delle condizioni emozionali che modulano i rapporti col mondo esterno, della qualità e natura delle dinamiche familiari e dei processi di rielaborazione delle vicende vissute, con particolare attenzione a certe naturali e tendenziose affabulazioni"( cfr. Cass. Sez. 3, Sentenza n.29612 deI 05/05/2010)

Si è inoltre affermato in giurisprudenza che "la regola dell'inutilizzabilità contenuta nell'art. 526, comma primo-bis cod. proc. pen., secondo cui la colpevolezza dell'imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi per libera scelta si è sempre volontariamente sottratto all'esame da parte dell'imputato o del suo difensore, non si applica in riferimento al caso in cui il minore, parte offesa di reati sessuali, sentito nel corso dell'incidente probatorio, si sia rifiutato di rispondere alle domande, dichiarando di aver riferito i fatti ad altra persona; infatti, in tale particolare situazione, non si può ritenere che il comportamento di un minore, soprattutto se inferiore ai dieci anni, sia stato determinato da una scelta libera e cosciente e da una volontà altrettanto cosciente", Cass Sez. 3, Sentenza n. 21 034 del   09/03/2004.

Orbene nel caso in esame pur non essendovi stata la C.d. rivelazione della minore nel corso dell'incidente probatorio, deve cionondimeno procedersi ad una disamina complessiva di tutti gli elementi emersi nel corso del processo per verificare se l'ipotesi accusatoria scaturente dalla denuncia proposta possa o meno ritenersi fondata.

Si è già detto delle dichiarazioni della madre della minore e di quelle della nonna sig. Q., che devono essere entrambe valutate nell' ambito del particolare contesto familiare in cui gli episodi riferiti hanno avuto la loro genesi.

Trattasi di un contesto caratterizzato da grande animosità tré i coniugi G.S. e le rispettive famiglie sfociato nel giudizio di separazione e nella successiva contesa per l'affido della minore.

Devono prendersi altresì in considerazione le dichiarazioni della dott. Daniela Viggiano, psicologa cui la sig.ra S. si era rivolta nel novembre 2008, prima di presentare la querela, su consiglio del proprio avvocato civilista.

Sulla posizione della Viggiano, quale teste ovvero quale consulente tecnico di parte, si è a lungo discusso nel corso del processo.

Secondo la tesi sostenuta dal Pubblico Ministero questa sarebbe intervenuta in un primo momento non come perito o consulente ( perché ancora il problema di una consulenza o di una denuncia non si era posto, visto che certezze non vi erano per la madre), ma come terapeuta ed in tale veste si sarebbe limitata ad effettuare una valutazione clinica che poi è stata riportata nella relazione allegata alla querela.

La Viggiano sarebbe divenuta consulente dopo la denuncia e nel corso delle indagini, quando ha assistito all'incidente probatorio.

La conseguenza di tale impostazione sul processo è che non opererebbe per lei il divieto di cui all'art. 228 co 3 c.p.p. secondo cui "qualora nello svolgimento dell'incarico, il perito richieda notizie all'imputato alla persona offesa o ad altre persone, gli elementi in tal modo acquisiti possono essere utilizzati solo ai fini dell' accertamento peritale".

Pertanto, ­secondo la tesi sostenuta dalla Pubblica Accusa - quello che la Viggiano riferisce essere accaduto sotto la propria diretta percezione avrebbe valore di dichiarazione testimoniale diretta, quindi gli atteggiamenti, i gesti, le modalità di disegnare ecc.

Avrebbe invece la natura di teste de relato quando ella riferisce le parole dette dalla minore o dalla madre in sua presenza.

Ad avviso del Collegio tale tesi non può tuttavia essere accolta.

Secondo il costante orientamento della Corte di Cassazione le dichiarazioni rese al consulente tecnico del pubblico ministero (o al perito) dai minori nei confronti dei quali si svolgono accertamenti in ordine alla loro credibilità ed attendibilità sono utilizzabili soltanto ai fini delle conclusioni dell'incarico di consulenza ma non della ricostruzione del fatto, giusto il divieto di cui all'art. 228, comma terzo cod. proc. pen. e il disposto degli artt. 392 comma l-bis e 398 comma 5-bis cod.proc. pen. ( cfr. di recente Cass. Sez. 1, Sentenza n.1273I del 11/01/2012)

Tale norma risulta pacificamente applicabile anche ai consulenti tecnici di parte.

Essa pone implicitamente un divieto di testimonianza per il perito ed i consulenti tecnici, distinguendo l'accertamento tecnico da questi espletato nello svolgimento dell'incarico dalle dichiarazioni dagli stessi assunte che non possono costituire oggetto di testimonianza de relato.

Orbene deve ritenersi che nei confronti della dott. Daniela Viggiano operi il divieto di cui all'art 238 C.p.p. C. 3.

Infatti la stessa è stata appositamente incaricata dalla sig.ra S. di svolgere una consulenza sulla minore, ed i risultati della sua indagine sono stati trasfusi nell' ambito del procedimento penale sin dal suo primo atto, ossia la denuncia-querela presentata all'Autorità Giudiziaria.

La stessa posizione è stata mantenuta dalla Viggiano anche nel corso del procedimento ave ha acquisito la veste formale di consulente, ha partecipato all'incidente probatorio ed ha svolto ulteriori relazioni per conto della costituita parte civile, che le ha conferito un apposito incarico professionale. Sicché non pare si possa dubitare del ruolo di consulente tecnico alla stessa attribuibile e della utilizzabilità degli elementi riferiti esclusivamente ai fini del giudizio sulla credibilità ed attendibilità della minore dal punto di vista psichiatrico-forense.

Venendo al merito della relazione, la dott. Daniela Viggiano riferisce di essere stata incaricata dalla signora A.S. per effettuare una consulenza psicologica sulla figura della minore.

La richiesta della signora S. era stata motivata dalla sua preoccupazione per i comportamenti aggressivi e le frequenti crisi di pianto della figlia di soli tre anni.

Dopo aver effettuato il colloquio con la minore la consulente descrive M. come una bambina apparentemente chiusa e sospettosa, dall'intelligenza vivace e dotata di uno spiccato spirito di osservazione per la sua età.

Una volta rassicurata, la bambina si è dimostrata collaborativa e disponibile al gioco ed al colloquio, capace di esprime i propri sentimenti in modo chiaro ed a volte duro.

La bambina risponde in modo schietto e diretto: "papà mi ha fatto male al culetto".

Quando la consulente le domanda in che modo il padre le avesse fatto male, la minore non risponde ed abbassa lo sguardo.

Spontaneamente la piccola sempre più piegata su se stessa dice quasi sottovoce: " dopo mi ha dato l'ovetto kinder".

La dott. Viggiano le chiede dove sono successe queste cose e lei risponde : " sul tavolo"

M. riferisce inoltre che il padre spesso la picchia chiamandola "monella" e che lei è molto arrabbiata [ .... ]

Anche la nonna P., la nonna patema le da le botte ed è cattiva con lei.

La bambina afferma di avere molta paura perché il papà le ha detto che se fa la cattiva o se parla "ammazza la mamma".

Quando dice queste cose la bambina si agita notevolmente; è piuttosto irrequieta ed inizia a gettare a terra tutto quello che si trova sul tavolinetto. [ ... ] Prende un libretto con delle immagini di un bimbo per colorare: colora di rosso la testa del bambino e le mani dicendo in modo eccitato " questo è sangue".

Ad avviso della dott. Vigiano: " appare evidente da queste manifestazioni come l'atteggiamento emotivo della bambina sia in linea con un vissuto di danneggiamento traumatico; manifesta, infatti, una condizione estrema di sofferenza psichica legata ad eventi traumatici raccontati. La minore si presenta in balia di questi sentimenti e sembra cercare un contenitore dove sfogare tutta la sua rabbia. Non a caso sporca ed imbratta con il pongo tutto quello che trova; strappa i fogli e lancia alcuni oggetti quasi a manifestare tutta l'angoscia che la pervade. "

Quando la consulente le domanda come papà faceva il monello con lei, la piccola riferisce che il padre le faceva "la puntura alla pipì, alla sua patatina" e poi aggiunge che quando il papà le faceva la puntura si muoveva, "ballava" mimando il movimento oscillatorio del bacino avanti ed indietro.

Quando le chiede di spiegare con che cosa il papà le faceva la puntura, la piccola M. riferisce "con il suo pipì", intendendo il pene e disegna con il colore rosso una sorta di pene che poi scarabocchia nervosamente fino a bucare il foglio.

Domanda ancora alla minore quanto dolore ha provato da uno a dieci mostrando le dita delle mani e la piccola aprendo le manine risponde " dieci",

Conclude la dott. Viggiano con considerazioni ripetute anche in dibattimento che " i pochi e semplici eventi descritti sembrano essere inseriti in un contesto preciso, quello della interazione con il padre. La bambina appare in grado di attribuire un significato esatto alle azioni ed alle reazioni conseguenti[ ... ].

"Ciò che fa supporre come valida la narrazione delle interazioni sessuali fatta da M. tra lei ed il padre è anche la peculiarità dei contenuti. Sono presenti, infatti, particolari che possono sembrare insoliti o privi di significato, come l'ovetto Kinder regalato al termine dell'abuso, o come il tavolino sul quale si trovava piegata la bimba. Particolari che hanno colpito la sensibilità della bambina ed hanno impresso in lei lo stigma dell'abuso o meglio ancora dell "ìuso"; in effetti le dichiarazioni nette ed alle volte dure rilasciate dalla bambina, la rabbia verso il papà che le ha fatto tanto male danno l'idea di come questa bambina si sia sentita usata e trattata come un oggetto contro la sua volontà".

In proposito osserva il Tribunale che una volta chiarito il ruolo non di testimone ma di consulente tecnico della dott. Daniela Viggiano, risultano piuttosto evidenti i limiti della indagine espletata e la mancanza di rigore scientifico del metodo utilizzato, tanto da inficiare la validità dei risultati acquisiti.

In primo luogo l'intervista condotta dalla Viggiano si è svolta senza l'ausilio della fono-registrazione o audio-registrazione, circostanza che impedisce qualsivoglia forma di verifica oggettiva delle modalità con cui l'esame della minore è stato condotto e delle risposte date.

Sul punto sia Carta di Noto, che tutte le linee guida accreditate richiedono che l'esperto debba ricorrere- alla registrazione delle attività svolte, consistenti nella acquisizione delle dichiarazioni o della manifestazione di comportamenti.

Tale materiale deve essere posto a diposizione delle parti e del magistrato.

In secondo luogo, come messo in evidenza anche nelle note critiche dei consulenti della difesa Dott. Oronzo Greco, Dott. Roberto Maniglio, l'esame della minore è stato condotto con domande dirette ed alquanto suggestive, messe in risalto nella stessa relazione.

Nella consulenza eseguita dalla dott.ssa Viggiano la psicologa scrive:

"Spiego alla bambina che vorrei capire se c 'è qualcosa che la fa star male, visto che la sua mamma è così preoccupata per i suoi comportamenti da arrivare a chiedere aiuto" La bambina risponde in modo schietto e diretto papà mi ha fatto male al culetto (Pag " 2).

E' infatti evidente che si tratta di una domanda e comunque di un atteggiamento da parte dell' esaminatore del tutto suggestivi, tenendo in considerazione la tenera età della bambina esaminata che aveva appena tre anni.

La domanda parte da un triplice pregiudizio che è presentato in premessa come un dato di fatto:

1) c'è qualcosa che la fa star male;

2) per questo motivo la mamma è tanto preoccupata;

3) ha chiesto aiuto a me per aiutare la mamma.

Ergo: per tranquillizzare me e la mamma ti devi comportare secondo i criteri e le aspettative mie (devo dimostrare che papà ti ha fatto male) e della mamma (che ha bisogno di certezze fornite da persona qualificata esterna).

Per tali ragioni deve concludersi che la consulenza della dott. Viggiano presenta quindi gravi carenze sotto il profilo metodologico e non risulta utilizzabile sotto il profilo della testimonianza diretta ovvero de relato, per quanto riguarda i fatti dalla stessa direttamente o indirettamente appresi e riferiti in dibattimento.

Diverso e l'approccio derivante dall' analisi condotta dalla dott. Sabrina German, psicologa e psicoterapeuta del Centro Antiviolenza "Crisalide" di Brindisi cui la minore M.G. era stata affidata dal Tribunale per i Minorenni con provvedimento del 2 aprile 2009.

L'intervento richiesto dal Tribunale è stato finalizzato ad un trattamento di psicoterapia volto all' elaborazione da parte della minore dell' eventuale trauma subito.

L'attività ha preso avvio dal mese di maggio e si è svolta regolarmente attraverso incontri settimanali con M., nonché incontri con la madre A.S. ed i familiari più prossimi della minore (nonna e zii materni).

Scrive la dott. German nella sua relazione: " nel processo di valutazione si è tenuto conto delle informazioni acquisite nella fase preliminare alla presa in carico, riguardanti l'ipotesi di abuso sessuale subito dalla minore e della crisi coniugale determinatasi precocemente, tanto da influenzare il clima familiare sin dai primi momenti di vita di M. Si è rilevata la necessità di considerare l'entità del danno subito dalla bambina e gli elementi di possibile amplificazione e/o attenuazione degli esiti delle esperienze traumatiche, definiti dalla storia e dal contesto di vita della piccola”.

Sentita dal Tribunale nel corso dell'esame dibattimentale all'udienza del 4.2.2011, la psicologa dichiara di avere preso atto del presunto abuso subito dalla bambina perché aveva potuto anche leggere un po' le carte del procedimento. Riferisce inoltre che gli incontri si sono basati prevalentemente sull' osservazione della minore in situazioni di gioco spontaneo, in presenza ovvero in assenza della madre.

Il primo giorno M. le disse: lo sai che papà mi ha toccato il culetto? ed indicava con il dito la parte genitale.

Fin dal primo incontro ha notato che M. era una bambina che cercava una vicinanza fisica molto stretta.

Ad ogni incontro aggiungeva dei particolari. "Facciamo che io sono il maschio e tu la femmina? Finchè poi negli ultimi incontri la bambina le chiedeva proprio di sdraiarsi per terra ponendosi sopra di lei.

Per la German si tratta di una scena sessuale sufficientemente esplicita: la bambina le chiedeva di stare per terra con le gambe divaricate indicando la posizione che doveva assumere; M. appariva particolarmente agitata ed anche eccitata durante questo gioco erotico.

Rispondendo alla German che le aveva chiesto dove avesse imparato questo gioco, M. ha fatto riferimento al gioco del nascondino che faceva con papà ed al gioco dello sposo e della sposa.

Nel corso di successivi incontri svolti nel 2010 M. ha risposto in modo esplicito alle sollecitazioni della German: "lo sono arrabbiata con papà perché mi metteva le mani nella patatina".

In un altro incontro ha detto alla madre di essere arrabbiata anche con lei perché la costringeva ad andare con il padre.

In conclusione la dott. German ha svolto le seguenti considerazioni sull' intervento terapeutico.

"Per quanto rilevato, emergono indicatori diretti ed indiretti riferibili ad un 'esperienza traumatica di natura sessuale vissuta dalla bambina. Spesso i comportamenti sessualizzati di questi bambini hanno caratteristiche post-­traumatiche, o consistono nella coazione a ripetere o nella messa in scena dell'abuso in precedenza subito. Iperattivazione, ipervigilanza, irritabilità, pianto improvviso, disturbi di sonno e incubi notturni sono sintomi evidenti del disturbo postraumatico. I comportamenti sessualizzati della bambina, espressi attraverso la ricerca di una vicinanza fisica eccessiva con l'adulto, l'evidente eccitazione che ne consegue, e la proposizione di atti esplicitamente erotizzati, confermano l'esperienza di abuso sessuale ..

Si rilevano nella valutazione del caso, ulteriori nuclei problematici relativi alla relazione madre-figlia evidenziati dall'emergere di tratti contraddittori di fusionalità contrapposta a spinte verso un 'eccessiva autonomia, che propongono un legame di attaccamento di tipo insicuro­ ambivalente.

A tal riguardo si considera la possibilità che la relazione di accadimento possa risultare profondamente influenzata da vissuti di angoscia non elaborati dalla madre, riferibili ai sensi di colpa per l'abuso subito dalla figlia, per la scelta fallimentare dell'unione coniugale e la successiva separazione ( .. )

In proposito deve osservarsi che la posizione processuale della dott. Sabrina German pur rimanendo di carattere "ibrido" in quanto incaricata di svolgere una consulenza sulla minore per conto di un organo giudiziario quale il Tribunale per i minorenni, risulta pur sempre assimilabile a quella del teste poiché la stessa è rimasta comunque estranea al procedimento penale durante le indagini.

Il limite della sua ricostruzione deriva tuttavia dalla circostanza che il suo intervento sopraggiunge in un momento in cui il procedimento penale era arrivato in uno stato avanzato e la minore era stata sentita già parecchie volte in ambito giudiziario.

Di qui la possibilità che la minore, rimasta sempre con la madre dopo la separazione, abbia subito un' influenza di tipo suggestivo ed abbia quindi ripetuto più volte lo stesso fatto, anche in maniera gratuita come accaduto con la dott. German.

La rivelazione fatta dalla bambina alla German risulta infatti del tutto estemporanea, priva di significativi dettagli e sfornita di quel sufficiente grado di contestualizzazione spazio-temporale, necessario per poter apparire credibile.

Non può pertanto escludersi che le "rivelazioni" fatte dalla minore alla psicologa siano frutto di un fraintendimento ovvero di una particolare suggestione e che la stessa abbia cercato di trasporre le sue fantasia nella realtà, al fine di meglio assecondare le aspettative degli adulti che le chiedevano precise risposte sui comportamenti del padre.

Quanto ai riferiti comportamenti sessualizzati della minore, a differenza di quanto rilevato dalla psicologa, non sembra che gli stessi (con particolare riferimento al gioco del maschio e della femmina riproposto da M.) possano ricondursi a sintomi rivelatori dell' abuso subito.

Infatti anche secondo la comune esperienza, i comportamenti erotizzanti da parte dei minori in età prepubere non sono affatto infrequenti, e si manifestano indipendente da eventuali traumi ed in maniera del tutto naturale e coerente con lo sviluppo fisiologico degli stessi minori.

D'altra parte l'imputato G.L., sin dall'interrogatorio di garanzia reso innanzi al Gip il 29 dicembre 2008 - in relazione alla misura interdittiva applicata nei suoi confronti - si è sempre professato innocente, respingendo fermamente ogni addebito.

Lo stesso ha confermato l'esistenza di contrasti con la S. causati da incompatibilità di carattere e sfociati nella separazione avvenuta nel 2007.

Tali contrasti si erano acutizzati nell' autunno del 2008 allorchè lo stesso aveva richiesto giudizialmente un ampliamento del diritto di visita con possibilità del pernotto della minore.

Gli incontri con la bambina avvenivano sempre a casa della madre e con la presenza della sorella che si occupavano di accudirla.

Il G. riferisce di avere dato una volta uno schiaffetto nel culetto della bambina perché stava facendo i capricci e non voleva ritornare a casa.

M. rispose che lo avrebbe detto alla mamma.

Analoghe circostanze sono state riferite dai testi a discarico ed in particolare dalla sorella dell'imputato G.C., in servizio a Firenze ma che nel periodo luglio-agosto 2008 si trovava presso la casa della madre dove avvenivano gli incontri con M.

Quando veniva la bambina lei e la nonna erano sempre presenti, si occupavano di lavarla poichè spesso la arrivava sporca di pipì ed aveva le parti intime arrossate.

M. stava molto volentieri a casa della nonna perché si divertiva a giocare con il cuginetto, mentre diventava nervosa solo quando doveva tornare a casa. Ricorda che in un'occasione il fratello diede uno schiaffo sul culetto della bambina, la quale disse che lo avrebbe riferito alla madre.

Analoghe circostanze vengono confermate anche dai testi F.F., marito della sig.ra G., G.A., cugina del G., D.M.R. e dalla teste E.M.: quest'ultima ha detto di avere assistito mentre la nonna faceva il bagnetto alla bambina che era sempre "arrossata".

Tutti i testi a discarico hanno riferito che M. era molto tranquilla ed era sempre contenta di stare con la nonna paterna, mentre diventava nervosa quando le dicevano che doveva ritornare a casa dalla mamma.

La dottoressa De Vincenti Marcella, pediatra di base ha confermato di avere rilasciato una certificazione in data 29/12/2008 dove attestava di non avere notato alcun comportamento anomalo a livello caratteriale o comportamentale negli ultimo periodi in cui la piccola M.G. era venuta in ambulatorio per visite di routine. Tuttavia ha anche ammesso di non avere mai visitato la minore e che l'aveva vista ultimamente solo tre o quattro volte per prescrizioni mediche.

Orbene, le circostanze introdotte dai testimoni della difesa, seppure di per sé non assumono valenza decisiva ai fini della esclusione dell'ipotesi accusatoria, poiché nulla provano sui rapporti tra il padre e la piccola M., tuttavia confermano la netta contrapposizione tra le due fazioni familiari ed il clima di contrasto generatosi in relazione alla affidamento della minore.

Invero, l'accertamento dei fatti deve prendere le mosse dalla analisi della particolare situazione familiare in cui nasce e si sviluppa l'ipotesi di abuso della piccola M.

Dall'istruttoria dibattimentale è emerso che i fatti per cui si procede sono riferiti ad un contesto di separazione tra i coniugi altamente conflittuale.

Anche l'intervento della dottoressa Viggiano avviene all'indomani della richiesta di affido condiviso della minore, richiesta che aveva suscitato la ferma opposizione della madre.

In tale contesto devono valutarsi la deposizione della S. e della Q. che, per quanto da ritenersi in buona fede, risultano fortemente condizionate dal loro risentimento nei confronti dell'imputato nonché dal forte istinto di protezione per la bambina.

In particolare, non può escludersi che i dissapori insorti tra i coniugi S. e G. e le rispettive famiglie abbiano in qualche modo influenzato 1'atteggiamento della bambina che all'epoca aveva appena tre anni, e le abbiano suggerito alcune frasi dalla stessa poi ripetute.

E' verosimile che il sentire della madre, i suoi timori e sospetti nei confronti del marito insieme all'innato istinto di protezione materno abbiano avuto un certo effetto suggestivo sulla piccola M., sulla sua visione della figura paterna ed infine sul suo modo di evocare i fatti.

Ed invero, nelle situazioni di separazione e divorzio caratterizzate da eccessiva animosità non sono infrequenti situazioni che la letteratura psicologica forense diffusa a livello internazionale definisce "Parental Alienation Syndrome" o brevemente" PAS".

Tale fenomeno può definirsi come quell'insieme di azioni poste in essere da un genitore e tendenti a denigrare la figura dell' altro genitore agli occhi del figlio, al fine di assicurarsi la sua "alleanza" fino a fare assumere al bambino il proprio punto di vista.

Sicché in casi di forte conflitto all'interno della coppia genitoriale possono verificarsi delle ipotesi di false accuse di abusi sessuali, tant'è che in una situazione di alienazione genitoriale il bambino può anche essere indotto e suggestionato nel raccontare delle cose che sono state riferite, o anche solo sospettate dall'altro genitore.

E' ben possibile pertanto che una situazione come quella sopra descritta si sia manifestata nel rapporto tra la S. e la minore, descritto dalla dott. Paola Calò come un rapporto di tipo simbiotico e fusionale caratterizzato da un legame assai stretto.

Inoltre benché M. venga ritenuta dal perito sostanzialmente capace di testimoniare e di distinguere il falso dal vero, si evidenzia una certa contraddittorietà nelle risposte date, e la mancanza di contestualizzazione degli eventi allorchè riferisce su certi fatti; ad es. limitandosi a riferire "papà mi ha fatto male" ma senza fornire precisi dettagli o una corretta collocazione spazio temporale tali da far apparire verosimile il suo racconto.

Si consideri infine la scarsa affidabilità dei fatti riferiti da una bambina di poco più di tre anni, allorchè venga a trovarsi all'interno di un elevato conflitto familiare e si presti, come nella fattispecie, a divenire oggetto di facili quand'anche involontarie strumentalizzazioni.

In proposito le linee guida seguite sia a livello nazionale ed internazionale ammoniscono circa l'elevato grado di suggestionabilità dei minori in tenera età.

Infatti quanto minore è l'età dei bambini, tanto minore è l'accuratezza dei loro ricordi; tanto maggiore è la probabilità che incorrano in ricordi falsi, indotti in loro da persone o eventi che li hanno in qualche modo volontariamente o involontariamente suggestionati (cfr. linee guida American Academy of Child and Adolscent Psichiatry.)

Secondo le linee guida nazionali già citate (par. 2.9 e segg.) i bambini non hanno un ricordo esplicito degli eventi occorsi in periodo pre-verbale, ossia prima dei 24 mesi.

La possibilità di ricordare fatti avvenuti tra i 4 ed i 7 anni è via via maggiore.

Ma è solo a partire dagli 8-10 anni che i ricordi cominciano ad acquisire strutturazione, contenuto e organizzazione simili a quelli dell'adulto.

I bambini "ricordano raccontando" nel senso che costruiscono il ricordo attraverso la sua narrazione.

In bambini fmo a circa sei anni questa narrazione avviene di solito in collaborazione con un adulto, che può quindi influenzarne il contenuto.

Nelle narrazioni successive di un evento, ciò che il bambino presenta come ricordo può essere influenzato non solo da ciò che egli ha narrato la volta precedente, ma anche da fattori esterni, dal parlarne con coetanei ed adulti, da informazioni e suggerimenti ricevuti.

Infine tutti i consulenti che hanno analizzato la piccola M. hanno concordemente ritenuto l'esistenza di evidenti segni di sofferenza nella minore che la stessa comunica talvolta con un sentimento di aggressività (sul punto le conclusioni della dott. Calò coincidono sostanzialmente sia con quelle della dott. German che con quelle della dott. Viggiano che hanno parlato anche di disturbo post traumatico da stress).

Tali sintomi riscontrati non possono tuttavia ricondursi in maniera univoca ad un evento di tipo traumatico né, tantomeno, ad un abuso di natura sessuale in mancanza di sicuri elementi di conferma che avvalorino l'ipotesi formulata; infatti " non è scientificamente corretto inferire dalla esistenza di sintomi psichici e/o comportamentali, pur rigorosamente accertati, la sussistenza di uno specifico evento traumatico". (Cfr. l'ascolto del minore testimone, Linee Guida Nazionali, Roma 6/11/10.)

In conclusione nessuna delle prove valutate risulta dotata di quel grado di affidabilità e certezza processuale tale da escludere le ipotesi alternative considerate; sicché in presenza di una prova sostanzialmente incerta e contraddittoria non può affermarsi che la minore M.G. sia stata sessualmente abusata dall'imputato.

Ne consegue la assoluzione di G.L. con la formula adottata in dispositivo.

P.Q.M.

Visto l'art. 530 comma 2 c.p.p.

ASSOLVE

G.L. dal reato ascrittogli perché il fatto non sussiste. Termine di giorni 90 per il deposito dei motivi

Brindisi 25/1/2013

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