Articoli&Commenti

22Settembre2017

 105 visitatori online

Cerca Sentenze

Sito aggiornato:Venerdì 21 Luglio 2017, 07:01

SENTENZE PER TUTTI

 up direction
 down direction

Pena di morte, inutile per vittima e carnefice - Roberto Tanisi

  • PDF

PENA DI MORTE, INUTILE PER VITTIMA E CARNEFICE

Sovente, purtroppo, capita di leggere sulla stampa o di apprendere dalla Tv di gravi fatti di sangue.


Qualcuno ricorderà, qualche mese fa, nei pressi di Taranto, la brutale uccisione del piccolo Domenico Orlando, di soli tre anni, crivellato di colpi insieme alla mamma e al compagno di lei in un agguato del quale non sono stati ancora individuati i responsabili.  

Andando a ritroso nel tempo, anche la barbara uccisione del piccolo Tommaso Onofri, sequestrato da due balordi in Emilia e ucciso la sera stessa del rapimento.

O di Angelica Pirtoli, massacrata insieme alla madre nel contesto di un regolamento di conti interno ad una fazione della Sacra Corona Unita.

Non si tratta, purtroppo, di casi isolati.

Di fronte a crimini tanto efferati, ai danni, per giunta, di bimbi indifesi, sono in molti ad invocare la pena di morte.

Probabilmente, l’indignazione e l’emotività giocano un ruolo preponderante e spingono molti ad invocare la più drastica delle sanzioni, così che, come per la vecchia legge del taglione, la morte della vittima sia “pagata” con quella del colpevole.

Molto probabilmente se in Italia venisse indetto un referendum sulla introduzione della pena capitale, i “Sì” finirebbero col prevalere, soprattutto dopo delitti eclatanti come quelli testé richiamati.

E tuttavia, anche nell’affrontare un problema indubbiamente delicato quale quello delle sanzioni da infliggere per i reati più gravi, non può prescindersi da un approccio esclusivamente razionale, senza indulgere ad emozioni o sentimentalismi di sorta.

Quali siano le ragioni addotte dai fautori della pena capitale è noto: esse si riducono fondamentalmente a due, sostenendosi, per un verso, che la pena di morte sarebbe l’unico castigo adeguato per i delitti più efferati (nell’ottica di una logica eminentemente retributiva: a morte procurata, deve seguire una morte inflitta) e, per altro verso, che essa costituirebbe l’unico efficace deterrente contro il ripetersi di analoghi delitti (sapendo di poter essere mandato a morte, il potenziale assassino si asterrebbe dall’uccidere).

In altri termini, la società uccide perché reputa necessaria (a fini di repressione) o utile (a fini di prevenzione) la morte di un essere umano.

Ma entrambe queste ragioni mostrano il fianco alla critica.

Con riferimento, infatti, all’aspetto retributivo è agevole osservare che nelle società moderne la pena (qualsiasi pena e, dunque, anche la pena di morte), se costituisce anche “retribuzione”, non può, tuttavia, essere ridotta a mero “corrispettivo” rispetto al disvalore sociale di un reato (“Malum passionis quod infligitur ob malum actionis”, secondo la celebre definizione di Grozio), perché, se così fosse, essa si tradurrebbe in niente più che in una sorta di vendetta legale, tipica di fasi storiche superate (scriveva molto acutamente il filosofo Del Vecchio: “Chiunque consideri senza preconcetti, nella tragica realtà, la serie delle aberrazioni succedutesi... durante i secoli, deve confessare che la storia delle pene, in molte sue pagine, non è meno disonorevole per l’umanità di quella dei delitti”).

Quanto, invece, alla finalità di prevenzione, si rileva come essa sia certamente connaturata ad ogni sanzione penale, ma costituisce un falso storico il sostenere che per essere più efficace la pena deve essere il più possibile dura e crudele (talché solo la pena di morte sarebbe idonea a fungere da monito adeguato rispetto ai delitti più gravi).

Una tesi siffatta trascura, infatti, la delicatezza di quello strumento psicologico che è la sanzione penale, la quale, solo se equa, può assolvere in modo opportuno al compito di prevenzione dei reati, laddove, invece, pene violente e brutali non fanno che eccitare i latenti istinti criminali delle masse.

D’altro canto, l’esperienza storica insegna che la pratica della pena capitale non è mai servita come utile esempio per far sì che gli uomini non commettano più reati, come è ancora oggi comprovato dall’esperienza di Stati nei quali la pena di morte è prevista e largamente utilizzata e, non per questo, i gravi reati risultano diminuiti.

A ciò occorre soggiungere che entrambe le tesi richiamate trascurano un aspetto fondamentale del- la pena moderna, quello dell’emenda del reo, previsto dalla nostra Costituzione all’art. 27, secondo cui le pene, oltre a non poter consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, “devono tendere alla rieducazione del condannato” (rieducazione, ovviamente, impossibile nell’ipotesi di una sanzione drastica ed irrimediabile come la morte).

Ma c’è un altro aspetto che milita contro la pena capitale ed è il rischio, sempre possibile, di errori giudiziari.

Nel nostro sistema processuale esiste un mezzo di impugnazione straordinario, la revisione, che consente, a determinate condizioni, di porre riparo agli errori giudiziari.

Ma ciò ha un senso solo se si tratta di errori emendabili, mentre tale oggettivamente non può essere quello di una sentenza che infligga la pena di morte, rispetto alla quale, una volta eseguita, alcuna emenda è possibile.

Negli Stati Uniti, dove vige la pena di morte (anche se non in tutti gli Stati), dal 1975 ad oggi sono 150 i casi di condannati a morte, scarcerati a un passo dal patibolo perché risultati innocenti grazie ai nuovi test del Dna: il che induce a ritenere che, in passato, molti innocenti siano stati mandati a morire ingiustamente.

Basterebbe questo, oltre la sua evidente disumanità, per ripudiare e bandire per sempre questo tipo di pena, la quale non può essere in alcun modo giustificata dal semplice fatto che in molti Stati sia ancora praticata o che molti uomini siano ad essa favorevoli.

Scriveva 250 anni fa Cesare Beccaria (l’intellettuale che, più di tutti, si è battuto contro la pena capitale): “Che alcune, poche società (sul finire del ‘700, ma oggi, per fortuna, molte di più, ndr) si siano astenute dal dare la morte, ciò mi è piuttosto favorevole che contrario, perché ciò è conforme alla fortuna delle grandi verità, la durata delle quali non è che un lampo, in paragone della lunga e tenebrosa notte che involge gli uomini”.

Roberto TANISI

Ultimo aggiornamento Giovedì 20 Novembre 2014 21:46

Pubblicità

 

 

magiada1

 

 

ediltrulli

 

 

       

Per la tua pubblicità su questo sito

Omnibus Italia srl

393 2667877