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Il tempo che passa e diventa ingiustizia - Roberto Tanisi

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Il tempo che passa e diventa ingiustizia

La Suprema Corte ha dichiarato prescritti reati contestati a Stephan Schmidheiny, Ad di Eternit, per le morti da amianto.

Ancora una volta la prescrizione impedisce che alle vittime sia resa giustizia.

In attesa delle motivazioni, va detto che la diversa pronuncia della Cassazione, rispetto a quella dei giudici del merito sembra riposi su una differente lettura delle norme incriminatrici.

In particolare con riferimento alla natura del reato ed al suo momento consumativo (se, cioè, esso si realizzi esclusivamente con la condotta dell'imputato - nella specie la dispersione delle fibre di amianto risalente a molti anni addietro e terminata con la chiusura dello stabilimento di Casale Monferrato - ovvero se perduri finché ne derivino eventi letali, come ritenuto dal Tribunale e dalla Corte d'Appello).

Tuttavia, con riferimento alle patologie di natura professionale, va anche detto che una configurazione dei reati come istantanei - e non permanenti - comporterà sempre il rischio di decisioni come quella della Suprema Corte, dal momento che l'insorgenza di tali patologie, soprattutto quelle più gravi (nel caso di specie, asbestosi e mesotelioma pleurico), generalmente segue di molti anni alla fattispecie tipica, con la conseguenza che una tutela penale in questi casi riesce difficilmente praticabile.

Da qui la necessità di un intervento legislativo (invocato già nel 2008 dalla Corte Costituzionale e, ancora mercoledì, dal Procuratore Generale Jacoviello), che dirima ogni dubbio e garantisca una tutela piena, anche in sede penale, dei lavoratori.

Ma, detto ciò, la decisione della Suprema Corte ripropone, ancora una volta, l'annoso problema della prescrizione e la necessità di una sua rivisitazione in sede legislativa, così che si ponga fine alla massiva "moria" di processi, vieppiù accentuatasi dopo le modifiche apportate al codice dalla legge ex-Cirielli.

Intanto qualche puntualizzazione.

Nel nostro Ordinamento penale, la prescrizione è una causa di estinzione del reato legata al decorso del tempo.

Dunque non ha nulla a che vedere con l'assoluzione; non solo ma, in taluni casi, ossia allorquando alla prescrizione si perviene grazie al riconoscimento di circostanze attenuanti che degradano il reato ad una ipotesi più lieve (e, dunque, con una un termine prescrizionale più breve), il proscioglimento equivale sostanzialmente ... ad un accertamento di responsabilità.

Eppure, nonostante ciò, sovente è capitato –e capita di sentire in TV o sui media che Tizio è stato "assolto" per... prescrizione.

Le ragioni dell'istituto non sono univoche.

Taluni sostengono che il fondamento della prescrizione risiederebbe nell'attenuazione dell'interesse dello Stato a perseguire un determinato reato dopo che siano maturati determinati limiti temporali (concezione sostanziale).

In altri termini si reputa irragionevole infliggere una pena a notevole distanza di tempo dal fatto-reato, considerato che il decorso del tempo produce cambiamenti così profondi al punto che - si sostiene - il soggetto punito non corrisponderebbe più al soggetto macchiatosi del reato.

Secondo altri, invece, poiché il decorso del tempo rende più difficile l'acquisizione di una prova appagante in ordine al fatto-reato, sarebbe preferibile dichiarare prescritto il reato e rinunciare all'irrogazione della pena per evitare di incorrere in una possibile ingiustizia (concezione processuale).

Una ulteriore esplicazione di tale impostazione si correla al principio della ragionevole durata del processo, contenuto in Costituzione e previsto anche dall'art. 6 C.E.D.U., finalizzato ad evitare che la persecuzione penale ed il processo risultino sostanzialmente interminabili.

La prescrizione rappresenta, in ogni caso, una sconfitta per la giustizia.

Qualche mese fa Giancarlo Caselli, già Procuratore della Repubblica a Torino, ricordava su un giornale il processo per il rogo del cinema Statuto di Torino.

Il pomeriggio del 13 febbraio 1983 vi si proiettava un film con Gerard Depardieu, La capra.

Improvvisamente scoppiò un incendio e quel cinema si trasformò in una trappola letale, "un inferno di fumo acre e venefico".

Morirono 64 persone. Io all'epoca ero giudice proprio in Piemonte e ricordo ancora l'emozione che sconvolse non solo Torino, ma tutto il Piemonte e l'intera nazione (anche se, come sempre accade in questi casi, quel disastro fu l'occasione per maggiori e più accurati controlli nei locali pubblici ed una legislazione più attenta alla sicurezza).

Il processo che ne seguì, tuttavia, siccome piuttosto complesso, portò in primo grado a pesanti condanne per tutti gli imputati, ma queste furono poi travolte dalla prescrizione.

Per i parenti delle vittime un'atroce beffa e per la giustizia italiana l'ennesima brutta figura.

Analogo ed anche più grave l'esito del processo Eternit, per il quale può valere l'antico brocardo "summum jus, summa iniuria".

Tornando, ora, alla prescrizione, quale delle due concezioni si reputi preferibile, è certo che prescrizione e celerità dell'azione giudiziaria vadano di pari passo.

Dunque, per evitare la prescrizione del reato e la conseguente denegata giustizia, è opportuno, anzi necessario favorire la celebre definizione dei processi.

Tale considerazione lapalissiana urta, tuttavia, contro due dati, che appaiono, oggi, insuperabili: la estrema farraginosità del rito processuale (peraltro correlata alla cronica penuria di uomini e mezzi che contraddistingue l'amministrazione della giustizia in Italia) ed il fatto che, decorrendo la prescrizione dalla data di consumazione del reato e non risultando essa sospesa in conseguenza del semplice esercizio dell'azione penale (ma, anzi, correndo anche in presenza di sentenze di condanna, sia pure non definitive), è (di solito) interesse dell'imputato provare ad allungare i tempi del processo così da raggiungere l'agognata meta della estinzione del reato.

Tutto il contrario di quello che avviene in altri Paesi europei, nei quali la prescrizione, tanto se concepita come istituto di diritto sostanziale, quanto di diritto processuale, ben difficilmente porta alla estinzione del reato, tante sono le deroghe e gli accorgimenti che ne impediscono l'effetto estintivo.

Così, in Francia, la prescrizione, di natura processuale, è interrotta da qualsivoglia atto di "instruc- tion ou de poursuite" e riprende a decorrere senza che vi sia un tetto massimo al suo prolungamento;

in Spagna i tempi di prescrizione, correlati alla gravità dei reati, sono legati all'inizio del processo che, in pratica, ne impedisce la maturazione, salvo il caso di inerzia del P.M. o del Giudice (i quali, attivandosi, possono anche azzerare la prescrizione già maturata);

nel Regno Unito vige un sistema particolarmente complesso che, in definitiva, demanda al giudice di valutare se il decorso del tempo comprometta il diritto dell'imputato a un fair trial e ad organizzare una valida difesa, ovvero si traduca in un abuse of process da parte dell'accusato e, dunque, sia considerato irrilevante.

Qualcosa del genere potrebbe - anzi dovrebbe - essere adottato anche in Italia, dal momento che il nostro è il solo paese al mondo dove la prescrizione non si interrompe mai: non dopo il rinvio a giudizio, non dopo la sentenza di primo o secondo grado.

Va da sé, ovviamente, che l'Amministrazione della giustizia andrebbe messa in grado di assicurare anche la ragionevole durata del processo.

L'A.N.M., ormai da anni, ha posto e pone all'attenzione dei Governi il tema, ineludibile, della riforma della prescrizione, ma nulla accade.

Le priorità sono sempre altre.

Il grido dei morti di Casale forse può finalmente servire a scuotere il nostro sonnecchiante Legislatore.

Roberto Tanisi



Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Novembre 2014 07:12

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