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Compravendita e comunione tra coniugi: è richiesta la sottoscrizione di entrambi? Dott. Valentino Aventaggiato

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Per la validità di un contratto di vendita relativo ad un bene immobile in comunione dei beni non è necessaria la sottoscrizione di entrambi i coniugi.

Questo è il principio di diritto portato dalla sentenza n. 12923/2012 della Seconda Sezione della Cassazione, chiamata a rispondere sulla applicabilità dell’art. 2932 c.c. (esecuzione in forma specifica dell’obbligo di concludere un contratto) ad un contratto preliminare di vendita relativo ad un immobile incluso nella comunione tra coniugi e sottoscritto da soltanto da uno di essi.

Nella sentenza di merito, la Corte d’Appello aveva ritenuto inefficace il contratto poiché concluso da uno solo partecipanti alla comunione legale: per il giudice, data l’unicità e la inscindibilità del bene in comunione, sarebbe invece stata necessaria una volontà unitaria e congiunta dei due coniugi. Al più, il coniuge stipulante avrebbe potuto cedere la propria quota, senza poter disporre in alcun caso di quella dell’altro. Per queste ragioni, quindi, non poteva essere accolta la richiesta del promissario acquirente di esecuzione specifica del contratto preliminare ex art 2932 c.c.

La Cassazione, ribaltando completamente la decisione, ha rilevano l’errore marchiano commesso dal giudice di merito, consistente nell’errata applicazione della disciplina della comunione ordinaria anche alla comunione legale tra coniugi, nonostante quest’ultima abbia un regime del tutto peculiare, positivizzato nel Codice Civile.

Ad avviso degli Ermellini, la Corte di Appello non ha considerato che “la comunione legale tra coniugi costituisce una comunione senza quote, nella quale i coniugi sono solidalmente titolari di un diritto avente ad oggetto tutti i beni di essa e rispetto alla quale non è ammessa la partecipazione di estranei”, sicché il singolo coniuge non è titolare di una sua personale quota di proprietà della quale disporre (come sarebbe nel caso di una comunione ordinaria), ma ha un potere dispositivo sull’intero bene comune.

Per “controbilanciare” il peculiare potere che il singolo coniuge ha sull’intero bene, tuttavia, la legge (art. 148 c.c.) prevede espressamente che l’altro coniuge, nel caso in cui non sia d’accordo, possa impugnare l’atto di vendita nel termine di un anno decorrente dalla conoscenza dell’atto o dalla data di trascrizione (Cass. 14/1/1997 n. 284; Cass. 21/12/2001 n. 16177; Cass. 11/6/2010 n. 14093).

Corollario logico-giuridico è che nell’ambito della comunione tra coniugi “la mera mancanza di sottoscrizione del contratto da parte del coniuge non è sufficiente per la declaratoria di nullità del contratto, dovendosi esaminare il profilo del consenso e della rilevanza della conoscenza dell’atto.”

Il contratto stipulato in assenza del consenso del coniuge pretermesso, infatti, non è inefficace né nei confronti dei terzi, né nei confronti della comunione, ma è solo soggetto alla disciplina dell’art. 184 primo comma c.c. ed è solamente esposto all’azione di annullamento da parte del coniuge non consenziente nel breve prescrizionale di un anno.

In virtù dei suddetti principi affermati dal giudice nomofilattico, nel caso di specie si può affermare che“per l’esecuzione in forma specifica di un preliminare di vendita immobiliare non è necessaria la sottoscrizione di entrambi i coniugi in comunione legale, ma è sufficiente il consenso dell’altro coniuge e la mancanza del suo consenso si traduce in un vizio da far valere ai sensi dell’art. 184 c.c. (nel rispetto del principio generale di buona fede e dell’affidamento) nel termine di un anno decorrente dalla conoscenza dell’atto o dalla data di trascrizione.”.

Ultimo aggiornamento Lunedì 03 Dicembre 2012 21:11

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